domenica 26 gennaio 2025

Corso di Storia dell'arte: 27 Innovazione nell'arte romana

Innovazione nell'arte romana

L’innovazione senza rottura
Specificità e funzione dell’arte figurativa romana

1. Il paradosso romano dell’innovazione

L’arte romana si colloca in una posizione teoricamente ambigua all’interno della storia della cultura figurativa occidentale. A differenza della Grecia, che costruì la propria identità estetica attraverso una tensione costante verso l’ideale e l’astrazione formale, Roma non concepì mai l’arte come ambito autonomo di sperimentazione filosofica. La sua creatività non si manifestò attraverso rotture stilistiche o fondazioni ex nihilo, bensì attraverso un processo continuo di appropriazione, rielaborazione e ri-funzionalizzazione di modelli preesistenti.

In questo senso, l’arte romana appare spesso, a una lettura superficiale, come derivativa. Tuttavia, questa derivazione non equivale a mancanza di originalità: essa costituisce piuttosto il meccanismo stesso dell’innovazione romana. La novità non nasce dall’invenzione formale, ma dalla trasformazione semantica delle forme ereditate.

2. Dall’estetica dell’ideale alla semantica del potere

Mentre la scultura e la pittura greche erano orientate verso la costruzione di un ideale antropologico – il corpo perfetto come proiezione del kosmos razionale – l’arte romana si struttura come un linguaggio politico e memoriale. L’immagine non è più il luogo dell’armonia, ma quello della significazione storica.

Il ritratto romano costituisce in questo senso un paradigma fondamentale: il realismo talvolta brutale delle effigi repubblicane, con la loro insistenza sulla vecchiaia, sulle rughe, sulla durezza dei tratti, non è una mancanza di stile, ma una precisa scelta ideologica. La virtus, la gravitas, l’auctoritas non sono qualità astratte, ma si incarnano in volti segnati dal tempo e dalla responsabilità politica.

Qui emerge una differenza strutturale rispetto al mondo greco: mentre l’arte ellenica tende a universalizzare, quella romana storicizza. Ogni volto, ogni statua, ogni rilievo rimanda a un individuo, a un evento, a una genealogia.

3. La tradizione italica e la cultura dell’antenato

Questa concezione affonda le sue radici nella cultura pre-romana dell’Italia centrale, in particolare nella civiltà etrusca e nelle pratiche cultuali legate agli antenati. Le imagines maiorum, le maschere funerarie conservate negli atria delle domus patrizie, costituiscono uno dei più potenti dispositivi di memoria visiva del mondo antico.

L’arte, in questo contesto, non serve a contemplare il bello, ma a rendere presente ciò che è stato. È uno strumento di continuità sociale e politica. Il passato non viene idealizzato: viene attualizzato. Roma eredita e amplifica questa logica, trasformando l’immagine in una tecnologia del potere.

4. L’ellenismo come serbatoio formale

Quando, tra il II secolo a.C. e l’età dei triumviri, Roma assorbe in modo massiccio la cultura greca, non lo fa per imitarla, ma per usarla. Le botteghe greche e italiote, depositarie della tradizione ellenistica, forniscono a Roma un repertorio formale vastissimo: pose, iconografie, modelli compositivi, tecniche.

Ma il senso di queste forme cambia radicalmente. Una statua di imperatore in nudità eroica non rimanda più a un dio o a un atleta, bensì alla legittimazione cosmica del potere politico. Un fregio narrativo non celebra un mito, ma una campagna militare reale. La Colonna Traiana, spesso considerata un’eccezione, è in realtà l’espressione più compiuta di questa logica: non un’opera di fantasia, ma una cronaca monumentale.

5. Serialità, tecnica e “freschezza”

Un altro elemento spesso frainteso dell’arte romana è la sua dimensione seriale. La ripetizione di modelli iconografici non implica impoverimento creativo, ma indica l’esistenza di un sistema produttivo altamente specializzato, capace di garantire una qualità tecnica elevatissima anche su larga scala.

La “freschezza” dell’arte romana non risiede nell’originalità formale, ma nella sua perfetta aderenza ai bisogni simbolici della società che la produce. Ogni statua, ogni affresco, ogni rilievo è progettato per funzionare in uno spazio sociale preciso: il foro, la domus, la tomba, l’arco di trionfo.

6. L’artista come artigiano della memoria

In questo quadro, l’artista romano non è un genio solitario, ma un operatore culturale. Egli non inventa mondi: costruisce identità. La sua opera non chiede di essere contemplata, ma di essere letta, riconosciuta, interiorizzata come parte di un sistema di valori condiviso.

L’arte romana è quindi profondamente moderna non perché anticipi l’avanguardia, ma perché anticipa la comunicazione di massa: un’arte capace di parlare a tutti, di riprodursi, di diffondere messaggi politici, sociali e culturali con efficacia senza precedenti.

Conclusione

L’arte romana non fu innovativa nel senso greco di creazione di forme nuove, ma lo fu in modo più radicale: trasformò l’arte in uno strumento di costruzione della realtà storica. Adattando, semplificando e traducendo l’eredità ellenistica, Roma inventò un linguaggio visivo funzionale a un impero. Ed è proprio questa capacità di rendere operative le immagini – di farle agire nel mondo – che costituisce la sua più duratura eredità.


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