mercoledì 1 luglio 2026

Corso di Storia dell'arte: Rembrandt 1606

Harmenszoon van Rijn Rembrandt 1606




Pittore e incisore (Leida 1606 - Amsterdam 1669). Figlio del mugnaio Harmen Gerritszoon van Rijn, penultimo di nove figli, R. fu mandato nel 1615 alla scuola latina di Leida, ma, dopo aver passato le prove per l'ammissione all'università, abbandonò gli studî (1619) per entrare come apprendista nella bottega del pittore Jacob van Swanenburgh (1571-1638), artista modesto ma a conoscenza dell'arte romana e napoletana contemporanea. Nel 1624, recatosi ad Amsterdam, entrava per soli sei mesi nella bottega di P. Lastmann, pittore che risulterà ben più importante per la sua formazione, avendo datogli la possibilità di conoscere il vivace ambiente culturale della città, aperto agli stimoli della pittura italiana ed europea. Lastmann inoltre, reduce da un lungo soggiorno in Italia (1610) e apertosi al caravaggismo tramite Elsheimer, diede a R. la possibilità di entrare in contatto con la pittura di storia e di soggetto mitologico. Forti segnali caravaggeschi provenivano anche dalla vicina Utrecht dove erano attivi pittori come H. Terbruggen, G. van Honthorst, T. van Baburen e altri. Rientrato successivamente a Leida, aprì una sua bottega che ben presto si arricchì di numerosi allievi; la prima commissione documentata (ma perduta) è del 1625. A questo primo periodo di attività risalgono dipinti di genere, alcuni ritratti familiari e dipinti di soggetto storico e religioso: La lapidazione di s. Stefano (1625, Lione, Musée des beaux-arts); L'asina di Balaam (1626, Parigi, Musée Cognacq-Jay); Tobia, Anna e il capretto (1626, Amsterdam, Rijksmuseum), dipinto che si distingue per la precisione quasi maniacale dei dettagli, per la monumentalità delle figure immerse entro un complesso gioco luministico. Il contrasto chiaroscurale si accentua nel Cambiavalute (1627, Berlino, Dahlem) dove, abbandonata la policromia accesa dei primi dipinti, si fa più evidente l'influsso del caravaggismo; il chiaroscuro è già adoperato con estrema abilità, le atmosfere create dall'artista sottolineano l'atteggiamento psicologico dei personaggi (S. Paolo in meditazione, 1629-30, Norimberga, Germanisches Nationalmuseum). Nella Presentazione di Gesù al tempio (1631, L'Aia, Mauritshuis) l'atmosfera va rarefacendosi, già compaiono sofisticate soluzioni di controluce che diverranno tipiche dell'artista. A questi anni appartengono anche alcuni dei circa ottanta autoritratti che R. dipinse durante tutta la vita (Autoritratto con baverino bianco, 1629, Monaco, Alte Pinakothek; Autoritratto con gorgiera, 1629 circa, L'Aia, Mauritshuis). Nel 1631 R. si trasferì ad Amsterdam presso il mercante d'arte Hendrick Uylenburgh che fece in modo di fargli ottenere importanti commissioni, soprattutto ritratti. Tutti i ritratti realizzati in questo primo periodo ad Amsterdam sono di alta qualità e sono caratterizzati da una approfondita osservazione psicologica, nonché da una sapiente costruzione spaziale e da un'illuminazione che crea forti ombre marcate (Ritratto di Maurits Huygens, 1632, Amburgo, Kunsthalle; Ritratto di Jacob De Gheyn III, 1632, Londra, Dulwich College; Ritratto del costruttore navale con la moglie, 1633, Londra, Buckingham Palace; ecc.). Con La lezione di anatomia del dottor Tulp (1632, L'Aia, Mauritshuis) R. rivoluziona il concetto tradizionale dello statico "ritratto di gruppo", affrontando una delle specialità più richieste della pittura olandese del sec. 17°, cioè il ritratto di gruppo di membri delle corporazioni cittadine: le figure, osservate e quasi indagate psicologicamente, sono colte nell'atto di parlare e gesticolare. Nel 1633 R. si fidanzò con Saskia Uylenburgh, nipote del mercante, acquisendo poi con il matrimonio la cittadinanza di Amsterdam ed entrando nella gilda di San Luca. La giovane donna apparirà molto spesso nei dipinti del marito, ricchi in questo periodo di esotiche atmosfere e atti a rappresentare il raggiungimento di un nuovo status sociale; il colore, filtrato nella sua luminosità, si accende all'improvviso, risplende in alcuni tocchi di memoria rubensiana (Ritratto di Saskia con cappello, 1634, Kassel, Staatliche Kunstsammlungen; Ritratto di Saskia in veste di Flora, 1634, San Pietroburgo, Ermitage; R. e Saskia, 1635 circa, Dresda, Staatliche Kunstsammlungen; ecc.). Agli anni Trenta risale anche una delle rare commissioni ufficiali ricevute da R.: la serie dei cinque quadri con episodî della vita di Cristo richiestigli dallo statolder Federico Enrico (1632-46). A quadri di piccolo formato come il Ratto di Ganimede (1635, Dresda, Staatliche Kunstsammlungen) e la Susanna e i vecchioni (1636, L'Aia, Mauritshuis) R. alterna dipinti di grandi dimensioni in cui è evidente la sua ambizione di rivaleggiare con la grande pittura barocca (Sacra Famiglia, 1634 circa, Monaco, Alte Pinakothek; Sansone accecato dai Filistei, 1636, Francoforte, Städelsches Kunstinstitut). La produzione artistica autografa di R., ormai circondato da una vastissima cerchia di allievi, sembra diminuire nella seconda metà degli anni Trenta, anni in cui il pittore cominciò a interessarsi anche del commercio di oggetti d'arte, collezionando quadri, disegni, armi, incisioni e altre curiosità. Nel 1639 acquistò una vasta dimora il cui pagamento gli procurerà crescenti preoccupazioni finanziarie, aggravate dalla nascita del figlio Titus (1641), dalla morte della moglie (1642) e dai problematici rapporti con la nutrice del figlio. Il quarto decennio, che pure si apre con un'opera straordinaria come la cosiddetta Ronda di notte (1642, Amsterdam, Rijksmuseum) in cui la luce determina la costruzione del quadro, è in realtà caratterizzato da una crescente commozione interiore, dall'intensificarsi della ricerca sugli effetti luministici e dal colore caldo e profondo; giocando sugli impasti materici la sua pittura tende a un aspetto ruvido e grumoso (Cristo e l'adultera, 1644, Londra, National Gallery; Adorazione dei pastori, 1646, Monaco, Alte Pinakothek; Sacra Famiglia della tenda, 1646, Kassel, Staatliche Kunstsammlungen; Cena in Emmaus, 1648, Louvre). Gli anni Cinquanta portano al pittore una gravissima crisi finanziaria che, nel 1656, lo costringe a dichiarare bancarotta, a vendere la sua collezione (1657) e la sua casa (1658). Appartengono a questi anni l'Aristotele con il busto di Omero (1653, New York, Metropolitan museum of art), la Giovane che si bagna in un ruscello (1655, Londra, National Gallery), la natura morta con il Bue macellato (1655, Louvre) e numerosi ritratti del figlio Titus (per es., Ritratto di Titus che studia, 1655, Rotterdam, Museum Boymans-van Beuningen). R. raggiunge da un punto di vista tecnico la dissoluzione completa; il colore è steso sulla superficie a pennellate larghe, grumose; sembra quasi di trovarsi davanti a degli "abbozzi" che raggiungono però un'intensità poetica e un'espressività altissima (Negazione di s. Pietro, 1660, Amsterdam, Rijksmuseum; Ritorno del figliuol prodigo, 1662 circa, San Pietroburgo, Ermitage; La sposa ebrea, 1665 circa, Amsterdam, Rijksmuseum; Ritratto di famiglia, 1665 circa, Braunschweig, Staatliches Herzog Anton Ulrich-Museum). La produzione pittorica di R., ormai da anni isolato dagli ambienti ufficiali che non gradivano la sua pittura fatta di colore, si chiude con alcuni splendidi autoritratti di estrema libertà espressiva (Ultimo autoritratto, 1669, L'Aia, Mauritshuis). Straordinaria fu l'attività grafica di R. di cui rimangono nelle principali collezioni pubbliche e private oltre un migliaio di fogli, che si distinguono per l'intensa espressività del segno vibrante di luce. Oltre 300 sono le acqueforti di R., caratterizzate da una progressiva trasformazione luminosa sempre più ardita e drammatica. Celebri i fogli della Predica di Cristo e Le tre croci (1653-55).

martedì 30 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Murillo 1618

Bartolomé Esteban Murillo 1618

Pittore (Siviglia 1618 - ivi 1682). Massimo artista del barocco religioso, nelle sue opere rivelò una ricchezza nella pennellata e una padronanza tecnica notevoli, tutti elementi volti alla costituzione di un linguaggio sentimentale che rese famose le sue madonne e i suoi ritratti, dall'acuta interpretazione psicologica.VitaAncora fanciullo entrò nello studio di Juan de Castillo (1929), dove erano Alonso Cano e Pedro de Moya. Probabilmente non lasciò mai l'Andalusia, ma poté conoscere bene e studiare, nelle ricche collezioni della sua città natale, la pittura veneziana e fiamminga, che furono decisive nell'avviarlo al suo colorito morbido e chiaroscurato. Divenuto famoso, ebbe molte committenze, soprattutto dalle comunità religiose. Nel 1660 fondò a Siviglia un'Accademia di belle arti nella Casa Lonja. Verso il 1670 il re Carlo II chiese a M. di trasferirsi a Madrid, ma l'artista declinando l'invito rimase a Siviglia, dove nel 1672 eseguì diversi quadri per adornare la nuova cappella dell'Ospedale della carità, che ne conserva soltanto cinque. Nel 1680 il pittore, mentre lavorava nel convento dei cappuccini a Cadice, cadde dal ponte, e, tornato in grave stato a Siviglia, morì. A Siviglia (1645-46) dipinse undici tele, poi disperse in sedi diverse, per il convento di S. Francesco: di queste, mentre il S. Diego tra i poveri (Madrid, Accademia di San Fernando) è strettamente dipendente dall'arte di Alonso Cano, la Cucina degli angeli (Parigi, Louvre) mostra una maniera pittorica più calda e ricca di effetti chiaroscurali. La Sacra Famiglia del Prado o la Cena di Santa Maria la Blanca a Siviglia risentono ancora dell'influenza di Ribera, ma i SS. Isidoro e Leandro della cattedrale di Siviglia, o la Nascita della Vergine al Louvre, mostrano uno stile fluido, una particolare sensibilità luministica e cromatica. Nella Visione di s. Antonio (1656), sempre nella cattedrale di Siviglia, il chiaroscuro si risolve in maniera brillante e superba. Tra le sue opere maggiori, oltre ai quadri del Prado che illustrano la Fondazione di S. Maria Maggiore a Roma (1665), sono i grandi cicli per il convento dei Cappuccini (1665-70), per la chiesa dell'Ospedale della Carità (1670-74). Morì subito dopo aver terminato il suo ultimo quadro, lo Sposalizio di s. Caterina (1681), per la chiesa dei Cappuccini di Cadice. Fu soprattutto popolare per le sue Madonne e Immacolate, immagini soffuse di sentimentalismo patetico, che, se resero viva la sua fama fino all'Ottocento, tuttavia condizionarono un certo tipo di critica che sottovalutò il suo vero valore poetico. Notevoli i suoi quadri di genere, le scene e i tipi picareschi e soprattutto i ritratti (Don Andrés de Andrade, New York, Metropolitan museum of art; Caballero de golilla, Madrid, Prado).


lunedì 29 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Piola 1627

Domenico Piola 1627

Pittore e incisore, nato a Genova nel 1627, ivi morto l'8 aprile 1703. Grande decoratore, ebbe emulo e amico Gregorio De Ferrari: lo stile dei due si trasfuse nella scultura e nella decorazione plastica del tempo. La grazia del Correggio ha nei due artisti un'espressione differente, più sostenuta e corretta, classicheggiante nel P., più fantastica e vivace nel De Ferrari. Il P. mantiene i caratteri dell'arte ligure della prima metà del sec. XVII, di Valerio Castello e del Castiglione. Fecondissimo oltre misura, i suoi affreschi, i suoi dipinti, i suoi disegni sono innumerevoli (v. nave, XXIV, tav. LIX) e furono oggetto d'imitazioni. Fra i disegni autentici ve ne sono molti falsificati da quei valentissimi imitatori del sec. XIX che fornivano i collezionisti di disegni di illustri maestri. Fece anche dell'incisione e dell'acquaforte. Lavorò in collaborazione con suo cognato, Stefano Camoggi, pittore di fiori, di frutti, di fogliami e d'arabeschi. Dopo il 1685 si recò a Milano con i due figli Anton Maria e Paolo Girolamo. Fu poi a Bologna, a Piacenza e ad Asti. Nella pittura a olio è un eclettico, con reminiscenze del Correggio e del Castiglione. La facilità straordinaria di composizione, la festosità dei concetti, la meravigliosa conoscenza del mestiere, la raggiunta e mai mutata e perfezionata forma stilistica, lo stesso studio superficiale dei grandi maestri furono le ragioni della sua produzione, monotona nel suo complesso ma ricca e che si mantiene in intima corrispondenza con l'architettura. Fra i suoi figli si distinse soltanto Paolo Girolamo. Antonio Maria imitò lo stile paterno e fu abile copista. Giovanni Battista esplicò la sola attività di Lopista. Ricorderemo fra i quadri di Domenico i più espressivi: Il Carro del Sole nella Galleria di Palazzo Rosso e La fuga in Egitto in S. Ambrogio, e fra le decorazioni murali quelle delle chiese della SS. Annunziata, delle Vigne, di San Siro, di San Luca, dei palazzi Rosso, De Mari, Sauli, Negrone, Balbi, Spinola, ecc., in Genova. Pellegro, fratello di Domenico, pittore e decoratore, nacque a Genova nel 1617; vi morì il 26 novembre 1640. La sua breve vita permette di esaminare la sua personalità artistica, non di definirla. La Madonna di Via degli Orefici e lo stendardo della confraternita del Rosario sono sue opere sicure. Sono a lui attribuite da antichi cataloghi la Sacra Famiglia di Palazzo Rosso, S. Orsola di Palazzo Bianco, la Baccante di Palazzo reale, la Madonna col Bambino degli Uffizî, la Baccantina della pinacoteca di Torino. Allievo del Cappellino, egli dimostrò uno straordinario e precoce talento pittorico. L'ambiente pittorico genovese lo ha formato e, se nella Sacra Famiglia di Palazzo Rosso si sente l'amore per Andrea del Sarto, la Madonna degli Orefici ci presenta un'espressione personale libera da visuali di scuole e da riflessi d'artisti maggiori.


domenica 28 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Vermeer 1632

Johannes Jan Vermeer 1632






Pittore, nato a Delft il 31 ottobre 1632, morto ivi il 15 dicembre 1675. É detto Jan Vermeer van Delft per distinguerlo dal suo contemporaneo, il paesista Jan Vermeer, o Van der Meer, da Haarlem (1628-91). Fra il 1652 e il 1654 fu allievo di Carel Fabritius, il geniale scolaro di Rembrandt; ma non può dirsi seguace di colui: forse sollecitato dal maestro, sviluppò nella propria arte quella tendenza alla luminosità, che già è palese nei suoi primi quadri. Accolto maestro nella compagnia dei pittori a Delft (1653), ne fu sindaco negli anni 1662-63 e 1670-71. Sembra che abbia dipinto relativamente poco; e oggi di lui sono noti soltanto 32 quadri. Per la rarità delle sue opere il V. cadde completamente in oblio e soltanto nel 1866 uno studio magistrale di W. Bürger (Thore; poi seguito dalle ricerche dell'Obreen e del Bredius) rivelò il suo genio, la cui fama oggi non cede che a quella di Rembrandt e di Frans Hals. È stato affermato che il campo della sua attività pittorica non fu molto vasto. Ma così non è. Fra le opere, pur così rare, si trovano almeno tre composizioni di figure quasi al naturale: Gesù con le sorelle Marta e Maria (firmato) nella Galleria nazionale della Scozia a Edimburgo; Diana con le ninfe (pure firmato) nella R. Galleria Mauritshuis a L'Aia; La Cortigiana (1656), nella Galleria di Dresda; due ritratti (Budapest e Bruxelles); varie teste muliebri evidentemente dipinte con non altro scopo che la soddisfazione del proprio impulso (la più famosa è la celeberrima Ragazza con la perla al Mauritshuis a L'Aia); due allegorie: la Religione (L'Aia, Mauritshuis), il Pittore e la Fama che gli posa (Vienna, Galleria Gernin); poi la celebre veduta di Delft (L'Aja, Mauritshuis) e il Vicoletto della raccolta Six (ora ad Amsterdam nel museo nazionale). A questo complesso già così vario di soggetti si aggiungono interni con una figura sola (un geografo, una fanciulla) o con due: signora e serva, damigella con il maestro di musica, ecc. Questi personaggi ora sono intere figure in diversi ambienti, ora sono mezze figure, attente alle più varie occupazioni: una signora legge una lettera (Amsterdam e Dresda), apre la finestra (Nuova York) o tocca il clavicembalo (Londra); la cuoca versa il latte (Amsterdam); la fanciulla civetta si mette una collana di perle (Berlino), ecc. Sono quadri di non grandi dimensioni, di fattura qualche volta minutissima, ma nel più dei casi di tocco vibrato, vivo fino al magico, esatto fino all'infallibilità. La più minuscola di queste opere, e pure la più franca, disinvolta e fine di esecuzione, è la celebre Dentelière al Louvre. Sovrana in tutte le composizioni del maestro è la luce, elemento essenziale, animatore, cagione per cui i quadri sono quali sono e che ci spiega perché furono creati appunto così e non diversamente. In molte delle sue opere domina un luminoso giallo che forma un accordo assai sentito con un azzurro ceruleo. Nelle opere del primo gruppo è palese un influsso italiano. Non è sicuro se il Vermeer l'ha subito indirettamente attraverso un maestro come Hendrik Terbrugghen, il quale sotto un certo rispetto, principalmente per la tendenza luministica, pare preannunziarlo, oppure direttamente mediante una conoscenza di qualche composizione di Orazio Gentileschi che aveva lavorato forse in Olanda prima di recarsi a Londra, dove morì nel 1646. Nella tavolozza dei due maestri pare che si riveli una certa affinità. Nell'arte del Vermeer quest'influsso italiano tuttavia non è stato dominante né costante. Intorno al 1658 esso svanisce. Scolaro del V. fu Pieter de Hooch.





sabato 27 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Giordano 1632

Luca Giordano 1632


Pittore, nato a Napoli nel 1632, morto ivi nel 1705. La sua attività pittorica, iniziatasi mentre il primo ciclo della pittura napoletana seicentesca si chiudeva, dominò su tutta l'arte che si svolse a Napoli nella seconda metà del sec. XVII, rimanendo legata, in seguito, agli sviluppi della locale pittura del sec. XVIII. La più gloriosa fase di quella fortunatissima carriera si svolse nell'ultimo venticinquennio della vita del pittore, dalla decorazione della cupola della chiesa di S. Brigida in Napoli, eseguita nel 1682 con mirabili effetti di prospettiva illusionistica, alle pitture della certosa di S. Martino, condotte a termine alla vigilia della morte. In tale periodo di tempo, la sua produttività copiosa e rapida (il nomignolo "fa presto" gli fu dato fin dalla prima giovinezza) si svolse quasi tutta fuori di Napoli: a Firenze (1684-86), ove frescò la vòlta della gran sala del palazzo Riccardi; a Venezia (prima del 1692), ove lasciò notevoli testimonianze dell'arte sua in S. Maria della Salute; a Madrid, ove fu pittore di corte acclamatissimo tra il 1692 e il 1702. Le numerose opere eseguite in Spagna durante quel decennio di lavoro, e quelle, di numero non minore, esportate in Germania e in Austria dettero a L. G. una notorietà diffusa ovunque e una fama non adeguata ai meriti dell'arte sua. Suo padre Antonio, piccolo copista e imitatore riberiano, che fu suo iniziatore alla pittura, lo orientò verso il Ribera. Questo pittore e Lanfranco, operante in Napoli quando il G. nacque, costituirono le più salde annodature dell'arte sua alla pittura che lo precedette in Napoli; poiché con lui ci sentiamo decisamente fuori dell'atmosfera caravaggesca nella quale operarono Battistello, Cavallini e Preti, i maggiori esponenti della pittura napoletana del Seicento. Poco prima dei vent'anni, accompagnato dal padre, viaggiò l'Italia; fece sosta a Roma e a Firenze, a Parma e a Venezia. A Roma la sua ferace istintività pittorica trovò nell'opera di Pietro da Cortona il primo decisivo orientamento. Il cortonese gli spianò la via verso Venezia, ov'egli fissò la sua mente soprattutto sulla pittura di Paolo Veronese. Il passaggio dai cinquecentisti veneti a Rubens fu cosa perfettamente logica per lui. La sua opera, sviluppatasi secondo il presupposto di quei dati culturali, rappresenta sessant'anni di fatica accanita, condotta senza tormento e senza pensiero, quasi senza respiro: un succedersi di affreschi popolosi sotto grandi soffitti e su pareti vaste, un accumularsi di quadri a olio d'ogni misura e d'ogni valore, attraenti per piacevolezza di pittura, o sgangherati e fiacchi. I racconti biblici, le favole dei Greci, il mito cristiano, tuttele allegorie gli fornirono confusamente aggregati figurativi per scenografie d'una pittorica piacevolezza che vale a nascondere, assai spesso, una drammaticità tutta esteriore di mera retorica oratoria. Operando composizioni copiose e vaste, con singolare prontezza di fantasia ferace e con foga gioiosa di esecuzione pratica, movendo folle agitate in ampî spazî, sopra lunghe scalee, tra alti colonnati, e tutto animando con le grandi risorse della sua destrezza di mestiere e con compiaciuta ricerca di effetti scenografici, egli recava in Napoli gli elementi veri del Barocco, che doveva solamente con lui, dopo il Lanfranco, affermare il suo trionfo, e coi successivi pittori del sec. XVIII che l'ebbero maestro o precursore. Possiamo tuttora ammirare taluni suoi affreschi, anticipazioni del Settecento; possiamo compiacerci dei suoi rapidi disegni (cfr. la raccolta del Gabinetto delle stampe in Roma), dei suoi bozzetti vivacissimi, dei suoi quadri di piccola misura, di tutto ciò che esprime i suoi momenti iniziali di lavoro, e di non molte sue tele di più vasta misura; ma nella più gran parte dell'opera sua cercheremo invano aspetti o momenti delle più vive realizzazioni pittoriche raggiunte dall'arte italiana dopo il Caravaggio. D'altra parte, non sarebbe possibile trattare della pittura settecentesca a Napoli senza dire dell'arte di Luca Giordano come d'un suo esordio, o, almeno, d'una sua premessa. Tanto più ricca di vitalità ci si palesa, difatti, la decorazione del G., quanto più chiaramente la sentiamo concomitante o subordinata (in senso settecentesco) all'intendimento d'una decorazione architettonica unitaria. Prima di Francesco Solimena e dei suoi seguaci settecenteschi, il G. realizzò pienamente questo tipo di pittura, che non dovrà essere giudicata staccata dall'ambiente, come qualcosa che viva soltanto della sua propria vita.


venerdì 26 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Maragliano 1664

Anton Maria Maragliano 1664

Scultore in legno, nato il 18 settembre 1664 a Genova, dove morì il 7 marzo 1739. Fu a bottega con un certo Arata, poi da Pietro Andrea Torre e più probabilmente da suo padre Giovanni Andrea, scultore in legno notevole. C.G. Ratti riferisce che studiò molto un crocifisso di Giambattista Bissone e che profittò dell'amicizia di Domenico Piola per averne consigli sulla composizione. Fecondissimo artefice, scolpì molte casse processionali, gruppi da altare, crocifissi, per chiese e oratorî di Genova e delle due riviere. È celebre anche per le numerosissime figurine da presepio che tradizionalmente gli si attribuiscono in molti conventi liguri, specialmente francescani (Ss. Barnaba e Oregina a Genova, ecc.). Decorò la poppa della galea capitana della repubblica con storie di Colombo in bassorilievo. Opere sue furono esportate in Spagna e in America. Ebbe numerosi allievi ed aiuti, fra cui suo figlio Giambattista, assassinato a Lisbona, Pietro Galleano, Agostino Storace, Giambattista Pedevilla. All'elenco delle opere pubblicato dal Suboff (v. bibl.) si devono aggiungere un S. Michele (Celle Ligure, parrocchiale) e un S. Francesco (Chiavari, N. S. dell'Orto).


giovedì 25 giugno 2026

Corso di Storia dell'arte: Tiepolo 1696

Giambattista Tiepolo 1696







Pittore (Venezia 1696 - Madrid 1770). Tra i massimi esponenti del rococò e ultimo grande protagonista della decorazione monumentale in Europa. T. lavorò in Italia e all'estero, lasciando numerose opere, nelle quali, sempre aggiornato sulle ultime tendenze artistiche, mostra una stupefacente capacità di assorbire con naturalezza le intonazioni stilistiche dai più differenti pittori, rielaborandole poi con la propria sensibilità e una tecnica rapida. Grazie a lui la tradizione decorativa veneziana tornò a imporsi sulla scena artistica del suo tempo. Tra le opere più significative dell'evoluzione della sua arte vi sono gli affreschi del palazzo arcivescovile di Udine (1726-30), le tele per la Scuola del Carmine a Venezia (1743), uno dei suoi capolavori, e gli affreschi per la residenza di Carlo Filippo di Greiffenklau a Würzburg (1751-53).Cognato di Francesco Guardi, di cui sposò la sorella, Cecilia, dalla quale ebbe nove figli, e allievo di G. Lazzarini, fu presto attratto dalla pittura contrastata e tenebrosa e dallo stile espressivo e drammatico di G. B. Piazzetta e F. Bencovich (Madonna del Carmelo, 1720 circa, Brera; Martirio di s. Bartolomeo, 1722, Venezia, S. Stae). Con l'esordio di T. nel campo della decorazione e dell'affresco divenne presto evidente il nuovo interesse per l'arte di S. Ricci e il riferimento fondamentale a P. Veronese. Dopo la decorazione della volta della cappella di S. Teresa nella chiesa degli Scalzi a Venezia (1724-25; per alcuni critici 1728-29), che presenta ancora molti punti di convergenza con Piazzetta, con gli affreschi del palazzo arcivescovile di Udine si verificò una vera e propria svolta nell'arte di T.; la decorazione (Storie dell'Antico Testamento), che si estende nella galleria, nella volta dello scalone e nella Sala Rossa, è caratterizzata dall'uso di colori chiari e trasparenti, permeati di luce, e da composizioni spaziali aperte monumentali; la fantasiosa realizzazione scenografica lascia spazio alla resa del reale, come nei dettagli naturalistici dell'episodio di Rachele e Giacobbe. Negli anni successivi la fama di T. si consolidò in Italia e all'estero. Guardando, oltre che a Ricci, a G. A. Pellegrini e L. Giordano, ma soprattutto al classicismo veronesiano, l'artista sviluppò una versione personale del rococò attraverso la ricerca di luminosità atmosferica e di un nuovo rapporto forma/luce/colore, che non mira allo sfaldamento del volume ma piuttosto sottolinea la solidità e il plasticismo della figura umana, anche con l'uso di tinte esaltate dalla luce solare. Nelle sue composizioni, spesso osservate con sottile ironia, coniugò arguzia narrativa e finzione scenica, avvalendosi anche dell'apporto delle quadrature, spesso realizzate dal collaboratore G. Mengozzi Colonna. Al ritorno da Udine (dove aveva eseguito anche affreschi nel duomo) fu a Milano (decorazioni nei palazzi Archinto e Dugnani, 1731), a Bergamo (Cappella Colleoni, 1732-33), a Vicenza (villa Loschi-Zilieri). Accanto ai numerosi dipinti di soggetto profano, a questo periodo risalgono importanti realizzazioni per le istituzioni religiose di Venezia, come gli affreschi per la chiesa dei Gesuati (1737-39) e i dipinti per la chiesa del Carmine e per S. Alvise. Tra i maggiori risultati del sodalizio con Mengozzi Colonna è la decorazione del palazzo Labia (1747-50) con le Storie di Marcantonio e Cleopatra, con una splendida coreografia di architetture aperte sul cielo, popolata da personaggi in costumi contemporanei. Chiamato a Würzburg nel 1750 dal principe vescovo Carlo Filippo di Greiffenklau, realizzò la decorazione della residenza, con l'aiuto dei figli Giandomenico (v.) e Lorenzo (Venezia 1736 - Madrid 1776), attivi nella sua bottega. La decorazione, da molti ritenuta il suo capolavoro assoluto, raggiunge un effetto fastoso nel salone progettato da B. Neumann, ornato di stucchi bianchi e oro, e ancora di più nella volta dello scalone, con la grandiosa rappresentazione dell'Olimpo con le quattro parti del mondo. Tornato a Venezia (1753), T. assolse numerosissime commissioni di ogni genere: del 1757 sono gli affreschi di villa Valmarana presso Vicenza, mentre a Venezia lavorò in Palazzo Ducale (Nettuno offre doni a Venezia, 1748-50), e per nobili famiglie veneziane (affreschi in Ca' Rezzonico, 1758). Nel 1759 eseguì a Udine affreschi nell'oratorio della Purità, e nel duomo di Este la pala con S. Tecla libera Este dalla pestilenza; del 1761-62 è l'Apoteosi della famiglia Pisani nella villa Pisani a Stra, ultima opera eseguita in Italia. Nel 1762 il pittore si trasferì infatti a Madrid per affrescare le sale del nuovo Palazzo Reale (Apoteosi di Enea, Grandezza della monarchia spagnola e Apoteosi della Spagna), eseguite con l'aiuto dei figli tra il 1762 e il 1767. Dopo il compimento del ciclo T. rimase in Spagna; le sette pale d'altare dipinte per il convento di Aranjuez (1767-69; ora divise tra il Prado e il Palazzo Reale di Madrid), dall'intonazione più intimamente patetica, furono però poco dopo sostituite con altrettante tele di A. R. Mengs, segno dell'avvento del nuovo gusto neoclassico. Di notevole importanza è l'opera grafica di T.; di grande interesse i disegni (conservati soprattutto a Londra, Victoria and Albert Museum; Firenze, museo Horne; Stoccarda, Staatsgalerie; Venezia, museo Correr; Trieste, Museo Civico), in rapporto alla sua produzione pittorica, che seguono la sua evoluzione stilistica e ne rivelano la straordinaria fantasia e la vena satirica. Più limitata la produzione incisoria: tra le acqueforti ricordiamo i ventiquattro Scherzi e i dieci Capricci, di data incerta, e vari soggetti religiosi.


Corso di Storia dell'arte: Rembrandt 1606

Harmenszoon van Rijn Rembrandt 1606 Pittore e incisore (Leida 1606 - Amsterdam 1669). Figlio del mugnaio Harmen Gerritszoon van Rijn, penult...