giovedì 19 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Pirandello 1899

Fausto Calogero Pirandello 1899






Fausto Pirandello (1899–1975) e la Scuola Romana

Vita e formazione

Fausto Pirandello nasce a Roma il 17 giugno 1899, figlio minore di Luigi Pirandello e Maria Antonietta Portolano. Cresce tra Roma e le vacanze in Sicilia, dove sviluppa una sensibilità cromatica che segnerà tutta la sua pittura. La chiamata alle armi del 1917 e il successivo ricovero per motivi di salute interrompono i suoi studi classici, orientandolo verso la scultura e successivamente verso la pittura, già praticata come svago in famiglia.

Sotto la guida di Sigismondo Lipinsky e successivamente alla Scuola d’Arte agli Orti Sallustiani, Pirandello entra in contatto con artisti come Emanuele Cavalli, Onofrio Martinelli e Giuseppe Capogrossi, frequentando l’ambiente artistico di Anticoli Corrado, luogo chiave per la formazione di molti pittori italiani del periodo. Qui apre il suo primo studio e conosce Pompilia D’Aprile, futura moglie e madre dei suoi figli, che rimarranno al centro della sua vita privata e professionale.


Periodo parigino e contaminazioni europee

Nel 1927, Pirandello si trasferisce a Parigi con la famiglia, stabilendosi a Montparnasse. Questo soggiorno rappresenta una tappa fondamentale nella sua maturazione artistica: entra in contatto con il gruppo degli Italiens de Paris, osserva le opere di Cézanne, dei cubisti (Picasso e Braque) e della Scuola di Parigi, integrando nella propria pittura stimoli espressionistici, cubisti e tonalisti. Le esposizioni a Parigi e Vienna (1928–1929) segnano il suo ingresso ufficiale nel circuito artistico internazionale.


Ritorno a Roma e consolidamento artistico

Dal 1930 Pirandello risiede stabilmente a Roma, mantenendo studi e collegamenti con Anticoli Corrado. Durante gli anni Trenta si inserisce nell’ambiente della Scuola Romana, pur mantenendo un percorso personale. La sua vicinanza ai tonalisti come Capogrossi, Cavalli e Melli si manifesta in un uso del colore intensamente modulato, mentre la sua pittura mostra una ricerca autonoma tra realismo, espressionismo e tonalismo.

Gli anni Quaranta vedono un’intensa attività espositiva, sia in Italia che all’estero, con premi e riconoscimenti che confermano il suo ruolo di figura di spicco nella pittura italiana.


Stile e poetica

L’arte di Fausto Pirandello si distingue per:

  1. Realismo del quotidiano: rappresentazione di scene di vita con una crudezza attenta alla psicologia dei soggetti.
  2. Materia pittorica densa e scabra: uso del colore e della pennellata che conferiscono una qualità tattile e materica alle opere.
  3. Sintesi tra esperienze stilistiche: fusione tra tonalismo, cubismo, espressionismo e suggestioni della Scuola di Parigi.
  4. Realismo magico e intellettualistico: anche nel dato naturalistico più brutale emerge un’elaborazione poetica e metafisica.
  5. Riferimento al contesto letterario e familiare: l’influenza di Luigi Pirandello si manifesta nella tensione psicologica e nell’indagine dei rapporti umani.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Pirandello riassorbe le suggestioni cubiste in una sintassi pittorica originale, caratterizzata da tassellature cromatiche e composizioni in cui il dato narrativo diventa secondario rispetto alla struttura e alla forma.


Riconoscimenti e mostre

Pirandello partecipa regolarmente alle Quadriennali Romane, alle Biennali di Venezia e a numerose mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero. Tra i premi più significativi:

  • Primo Premio Quadriennale di Roma (1951)
  • Premio Gualino alla Biennale di Venezia (1952 e 1956)
  • Premio Marzotto (1953)
  • Premio del Fiorino (1957)
  • Medaglia d’oro al merito della cultura e dell’arte (1956)

Negli anni Cinquanta e Sessanta, il suo lavoro viene sostenuto da critici come Virgilio Guzzi, Fortunato Bellonzi, Lionello Venturi, Nello Ponente e Raffaele Carrieri, consolidando la sua fama nazionale e internazionale.


Eredità e influenza

Fausto Pirandello rappresenta un esempio di pittura intellettuale e riflessiva, capace di integrare le esperienze del cubismo e dell’espressionismo con un realismo contemporaneo, dando vita a un linguaggio personale e coerente. La sua opera testimonia una riflessione sul quotidiano, sulla psicologia dei soggetti e sulle tensioni tra memoria, identità e realtà storica.

Il figlio Pierluigi Pirandello ha fondato la Fondazione Fausto Pirandello, promuovendo esposizioni e studi sull’artista, garantendo la diffusione internazionale della sua opera e il consolidamento della memoria critica della Scuola Romana.


Conclusione critica

Fausto Pirandello si colloca come figura di riferimento nel panorama della pittura italiana del Novecento, capace di armonizzare la lezione della Scuola Romana con l’esperienza europea, producendo un’arte densa di significato psicologico e stilistico. La sua pittura, tra realismo, espressionismo e cubismo, costituisce un ponte tra la tradizione figurativa italiana e le sperimentazioni internazionali del suo tempo, con una costante tensione verso la ricerca individuale e l’originalità.


mercoledì 18 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Michaux 1899

Michaux 1899




Henri Michaux figura liminare della modernità

Henri Michaux va pensato come una figura liminare della modernità: insieme insider e straniero, artista della parola e del segno, sperimentatore della soglia e testimone delle sue pupille spalancate. Nato a Namur nel 1899 e cresciuto in Belgio, naturalizzato francese nel 1955, Michaux attraversa il Novecento letterario senza mai aderire stabilmente a una scuola: è posto in relazione con il tardo surrealismo, viene evocato da Octavio Paz come antesignano della «letteratura psichedelica», eppure rimane sempre un autore «a parte», refrattario a etichette che ne appiattiscano la radicalità. Qui seguo la traccia biografica che hai fornito per sviluppare un profilo critico ampio e ragionato, mettendo in luce conflitti, tensioni, acquisizioni formali e limiti del suo percorso.

Biografia e formazione: il corpo dell’“angoscia”
La vicenda personale di Michaux — infanzia borghese nelle industrie dei cappelli, passaggio a studi gesuitici, interesse precoce per Dostoevskij e Tolstoj, breve esperienza medica poi la fuga in mare come marinaio — è già un dispositivo tematico: l’autore si forma nella tensione tra ordine e rovina, disciplina e vagabondaggio. Le letture d’esordio (Lautréamont incluso) spiegano la propensione a figure estreme, visionarie, allucinatorie; l’esperienza del viaggio e il trasferimento a Parigi (1928) lo collocano infine in contatto con le avanguardie, ma mai in subordine a esse. Questa «estraneità intenzionale» è una chiave per capire la postura intellettuale di Michaux: osservatore clinico dell’anomalo, protagonista volontario di pratiche che mettono in crisi la lingua e il corpo.

La scrittura come esplorazione dei limiti
Michaux costruisce la sua opera attorno alla frontiera: i limiti dell’io, del linguaggio, della percezione. Già i titoli giovanili (quelli che hai menzionato: Cas de folie circulaire, Les rêves et la jambe, Qui je fus) segnalano la tendenza a registrare fughe interiori, «casi» di follia, oggetti onirici che rifiutano la narrazione lineare. La sua prosa è spesso frammentaria, aforistica, a tratti lapidaria: si avverte un uso della frase come gesto, una grammatica della compressione che ha la funzione di far emergere impressioni immediate, scosse, brandelli di percezione pura prima che queste vengano rimesse in senso convenzionale. Lo stile michauxiano lavora per scarti: contrappone la frase lucida al tumulto immaginifico, l’aforisma alla descrizione sfocata, il «resoconto» all’evocazione. Qui sta la sua singolarità: scrive per mostrare l’esperienza al bordo — non per ricondurla a categorie rassicuranti.

Doppia lingua: parola e segno
Una delle conquiste più originali di Michaux è l’ibridazione parola/segno. Fin dagli anni Trenta e soprattutto a partire dalle sperimentazioni allucinogene, la sua pratica artistica include disegni e pitture che non sono semplici illustrazioni del testo, ma prolungamenti della stessa esigenza di esplorazione dell’informe. I suoi «disegni automatici», i tratti calligrafici, gli arabeschi d’inchiostro lavorano come una grafia dell’esperienza interna: non sono diagrammi ma tracce di un movimento percettivo. Criticamente, questa commistione pone problemi teorici importanti: Michaux sfida la tradizionale separazione estetica tra arte visiva e letteratura e riapre la questione semiotica di come l’esperienza pre-linguistica possa essere «registrata» senza essere tradita.

Sull’etichetta «surrealista» e l’autonomia dell’autore
È facile — come si è fatto spesso — etichettare Michaux «tardo surrealista». Il topos automatico, la fascinazione per il sogno e la follia giustificano l’accostamento. Ma il problema lo vivifica: Michaux non si riconosce né nelle allegrie collettive dell’automatismo bretoniano né nelle strategie politico-estetiche dei surrealisti più organici. La sua urgenza è la singolarità dell’esperienza: il racconto dei propri malori, delle espansioni percettive indotte dalle droghe, la scrittura come «resistenza» al senso comune. Criticamente dunque, l’assegnazione al surrealismo rischia di oscurare la vocazione assolutamente personale e sperimentale della sua opera — un rischio che la critica dovrebbe costantemente tenere sotto controllo.

La pratica degli allucinogeni: ricerca, testimonianza, ambivalenza
Dal 1955 Michaux si dedica alle pratiche psichedeliche — mescalina, poi LSD — e documenta queste esperienze in testi che sono insieme resoconti, saggi, ritratti interiori. Qui il rapporto con Octavio Paz è pertinente: Paz legge in Michaux un precursore della letteratura psichedelica per la serietà con cui il Belga affronta l’esperienza allucinatoria. Occorre però evitare due letture semplicistiche: 1) quella che celebra gli allucinogeni come via d’accesso a una «verità» mistica; 2) quella che riduce Michaux a mero narciso sperimentale. I suoi testi sugli allucinogeni sono tutt’altro: annotazioni cliniche, resistenze, smarrimenti, prove di linguaggio che cercano di restituire l’esperienza ma finendo spesso per mostrarne l’indicibilità. Michaux non glorifica la droga; la esplora. Il tono è spesso ambiguo: la mescalina apre orizzonti ma mostra anche la precarietà della coscienza e la violenza possibile dell’alterazione sensoriale. Il registro è di osservazione critica e di auto-sperimentazione disciplinata, non di estasi celebrativa.

Temi ricorrenti: corpo, confine, animale, mostruoso
La sua opera insiste sul corpo come luogo di conoscenza e di rischio: il corpo che subisce trasformazioni, che diventa altro, che si aliena. L’animale ritorna sovente (forme bestiali, movenze incomprese), così come il «mostruoso» inteso non come esterno da demonizzare ma come zona dell’umano che rivela i limiti della razionalità. Questo interesse per la soglia porta Michaux a praticare una scrittura «materiale» — parole come oggetti, suoni come tatture — che obbligano il lettore a confrontarsi con l’esperienza piuttosto che a capirla facilmente.

La difficoltà e il fascino della lettura
Chi legge Michaux si trova di fronte a testi ostici: non hanno sempre l’armonia narrativa dell’epica, né la chiarezza argomentativa del saggio filosofico. La «difficoltà» è però parte della strategia: Michaux non costruisce per comunicare semplici messaggi, ma per riprodurre — nell’atto del linguaggio — la torsione percettiva che intende descrivere. L’effetto critico può essere duplice: per alcuni, questa pratica è un limite (eccessiva ermeticità, solipsismo), per altri è il nucleo della sua potenza estetica (originalità formale, coerenza etica nella radicalità dell’esperienza).

Rapporto con i contemporanei e influenza
Michaux esercita una influenza non sempre «visibile» ma profonda: su poeti, su pittori, su chi lavora a confine fra parola e immagine. La sua indipendenza lo rende spesso meno «canonico» nelle grandi storie letterarie, ma la sua capacità di anticipare modalità espressive (es. letteratura psichedelica, alfabeti grafici del moderno) gli assicura un posto di rilievo nelle genealogie dell’innovazione novecentesca. È interessante notare come autori e critici (Paz su tutti) lo rileggano come figura ponte tra letteratura sperimentale e pratiche alteranti della coscienza, reinserendolo in filoni di ricerca che ancora oggi appaiono produttivi.

Critiche e limiti: solipsismo, oggettività etica, accessibilità
Un bilancio critico non può ignorare le obiezioni: la sistematicità dell’auto-sperimentazione di Michaux rischia a volte di indurre una dimensione auto-referenziale, vicina al solipsismo. Inoltre, la sua rappresentazione della follia e degli stati alterati pone questioni etiche — come leggere queste scritture senza cadere nell’esotismo patologico? — che meritano riflessione. La forte carica sperimentale può altresì rendere i suoi testi difficili per un pubblico più ampio, circoscrivendo la fruizione a lettori specializzati.

Valore e eredità critica
Nonostante i limiti, il valore di Michaux risiede nella radicale coerenza del suo progetto: un artista che ha posto la sperimentazione al centro della pratica espressiva, che ha esteso la scrittura verso il visivo e viceversa, che ha fatto dell’esplorazione dei limiti (della lingua, della percezione, del corpo) il nucleo di un opt-in critico alla modernità. La sua eredità è duplice: metodologica (aprendo possibilità formali per la parola e il segno) e tematica (rendendo centrale il problema della soglia, dell’alterità corporea e percettiva).

Conclusione: Michaux, artista liminare
Henri Michaux è un autore che chiede al lettore un impegno: leggere Michaux significa accettare lo sforzo dell’indagine estrema, seguire un pensatore che sperimenta se stesso per rintracciare le condizioni dell’esperienza. La critica attuale dovrebbe tener conto di questa sua singolarità senza forzarlo dentro categorie precostituite: Michaux non è semplicemente «surrealista» né solo «psichedelico», è un esploratore della soglia che ha contribuito a rinnovare le possibilità espressive del Novecento. Valutarlo significa misurarsi con una scrittura che non cerca conforto nell’univocità del senso, ma pretende che il lettore si confronti con il tumulto mai del tutto disciplinabile dell’interiorità.

martedì 17 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Tomlin 1899

Tomlin 1899





Bradley Walker Tomlin: dall’illustrazione all’astrazione lirica

1. Un percorso transatlantico tra formazione accademica e illustrazione

Bradley Walker Tomlin nacque a Syracuse nel 1899, ultimo di quattro figli, e si avvicinò presto all’arte, iniziando con studi di scultura già a quattordici anni. La sua formazione pittorica si consolidò alla Syracuse University (1917–1921), ma il suo ingresso nel mondo dell’arte avvenne in modo laterale: come illustratore grafico per riviste di prestigio come Vogue e House & Garden.
Questa fase giovanile, spesso trascurata dalla critica, rivela tuttavia un punto chiave: Tomlin maturò un senso raffinato della composizione, della linearità e dell’equilibrio cromatico proprio attraverso il mestiere di illustratore. Un background che, a distanza di decenni, riaffiorerà nelle sue tele astratte sotto forma di segni eleganti e strutture ordinate.

2. Il dialogo con l’Europa

Il soggiorno europeo, tra Londra e Parigi (1923–1924 e poi nel 1927), fu decisivo per Tomlin. Frequentò l’Académie Colarossi e la Grande Chaumière, assorbendo suggestioni post-impressioniste e cubiste. Come per altri artisti americani della sua generazione, il confronto con l’Europa costituì un passaggio obbligato: da una parte rappresentava il contatto con le avanguardie storiche, dall’altra il rischio di restare subordinati a modelli esterni.
Nei primi lavori Tomlin oscillò tra il realismo e il cubismo, cercando un linguaggio personale che solo più tardi, con la maturità, avrebbe trovato una sintesi originale.

3. La svolta della Grande Depressione e l’insegnamento

Negli anni della Grande Depressione Tomlin visse un decennio di stabilità relativa come insegnante al Sarah Lawrence College e in altre scuole newyorkesi. Parallelamente, nel 1936, una mostra al MoMA sancì un primo riconoscimento istituzionale. In questi anni il suo linguaggio iniziò ad allontanarsi dal realismo in direzione di una sensibilità più visionaria e surreale, segno di una ricerca che superava i vincoli del mestiere illustrativo.

4. L’incontro con l’Espressionismo astratto

Il 1945 rappresenta l’anno cruciale: Tomlin entra in contatto con il gruppo degli Espressionisti astratti – Gottlieb, Motherwell, Guston, Pollock. Da quell’incontro scaturisce una trasformazione radicale. Se fino ad allora il suo lavoro era stato segnato da geometrie cubiste e ordine compositivo, ora l’artista sperimenta un approccio più libero, gestuale, spontaneo.
La sua adesione all’Espressionismo astratto, tuttavia, non è mai totale né omologata. Tomlin non possiede l’aggressività iconoclasta di Pollock né l’energia titanica di de Kooning. Piuttosto, sviluppa una variante lirica e disciplinata dell’astrazione, caratterizzata da campiture ariose e segni che richiamano la calligrafia. Nei suoi quadri degli anni ’40 e ’50, i simboli grafici si dispongono sulla tela con una leggerezza che sembra bilanciare la tensione gestuale con un senso di ordine segreto.

5. Lo Studio 35 e la legittimazione critica

La partecipazione al simposio di Studio 35 nel 1950, accanto a figure come de Kooning e Hofmann, testimonia il riconoscimento del suo ruolo all’interno della Scuola di New York. Tomlin non era soltanto un comprimario: la sua opera offriva una declinazione personale dell’Espressionismo astratto, capace di mantenere un legame con la tradizione del disegno e della composizione, e di mitigare l’impeto distruttivo con un lirismo strutturato.

6. Una morte prematura e un’eredità sottile

Tomlin morì a New York nel 1953, a soli 54 anni. La brevità della sua parabola artistica ha forse contribuito a relegarlo in una posizione marginale rispetto ai giganti del movimento. Tuttavia, la critica più recente tende a rivalutarne il contributo: i suoi lavori, con la loro tensione tra ordine e spontaneità, tra eleganza grafica e libertà astratta, testimoniano una via autonoma all’Espressionismo astratto.

7. Valutazione critica

Bradley Walker Tomlin può essere letto come un ponte tra due mondi:

  • Da un lato l’illustrazione e il design, che gli conferirono un senso di misura e chiarezza compositiva.

  • Dall’altro l’Espressionismo astratto, che lo portò a liberarsi dai vincoli figurativi per abbracciare la potenza della gestualità.

Il risultato è una pittura di equilibrio raro, che sfugge al caos puro e all’esplosione emotiva, preferendo la lirica dell’astrazione. In un panorama spesso dominato da figure carismatiche e gesti eccessivi, Tomlin si distingue per sobrietà e misura. La sua voce, discreta ma essenziale, rappresenta oggi una delle declinazioni più raffinate dell’Espressionismo astratto.


lunedì 16 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Capogrossi 1900

Giuseppe Capogrossi 1900






Giuseppe Capogrossi:
dal figurativo all’informale, la grammatica segreta della pittura

1. Introduzione

Giuseppe Capogrossi (1900–1972) è stato uno dei protagonisti più significativi dell’arte italiana del Novecento. La sua traiettoria, dalla formazione classica e figurativa fino alla radicale adesione all’astrazione informale, rappresenta una delle parabole più emblematiche della modernità pittorica. Esponente della Scuola Romana negli anni Trenta, firmatario del Manifesto del Primordialismo Plastico e poi cofondatore del Gruppo Origine, Capogrossi ha saputo elaborare un linguaggio personale e riconoscibilissimo, centrato sul celebre segno a “forchetta”, ripetuto in infinite varianti, che ha fatto della superficie pittorica un campo di energia, tensione e ritmo.

2. Dalla formazione figurativa alla Scuola Romana

Capogrossi nasce a Roma da famiglia aristocratica e intraprende inizialmente studi giuridici, che abbandona presto per dedicarsi alla pittura. La sua formazione, tra la Scuola di Felice Carena e i soggiorni parigini, lo mette in contatto con le avanguardie europee e con la tradizione post-cubista.

Negli anni Trenta partecipa attivamente alla Scuola Romana, insieme a Corrado Cagli ed Emanuele Cavalli, condividendo un gusto per il tonalismo e un classicismo rinnovato, che univa suggestioni metafisiche e sensibilità moderna. La firma del Manifesto del Primordialismo Plastico (1933) testimonia un interesse per un ritorno alle origini, all’essenza plastica e arcaica della forma, anticipando in nuce la sua futura tensione verso un linguaggio essenziale.

3. Il passaggio all’astrazione

Il secondo dopoguerra segna una svolta radicale: Capogrossi abbandona progressivamente il figurativo per approdare a una pittura astratta-informale. Nel 1947, alla Galleria il Cortile di Roma, presenta una nuova maniera che rompe con la tradizione naturalistica.

La vera maturità si raggiunge con l’elaborazione del segno modulare, un elemento grafico costante, simile a una “U” dentata, che diventa la matrice di un’intera ricerca. In esso convivono arcaico e moderno, calligrafico e strutturale, gesto e progetto. Ogni tela diventa superficie di relazioni, dove il segno si moltiplica, si varia, si organizza in campiture che ricordano scritture preistoriche o cosmiche mappe simboliche.

4. Capogrossi e l’Informale europeo

In questo passaggio Capogrossi si inserisce pienamente nel contesto dell’Informale internazionale, accanto a Burri, Fontana, Vedova e al di là dei confini italiani, in dialogo con Pollock, Kline e il tachisme francese.

Tuttavia, mentre molti artisti informali puntano sull’automatismo gestuale o sulla materia bruta, Capogrossi ricerca una struttura ritmica: il suo segno non è esplosione caotica, ma cellula generativa, ripetuta con disciplina quasi musicale. In questo si rivela un elemento distintivo, che unisce lirismo e rigore, gesto e architettura, evocando una scrittura universale, una sorta di alfabeto primordiale della pittura.

5. Il Gruppo Origine e il rifiuto della retorica

Nel 1950 Capogrossi, insieme a Burri, Ettore Colla e Mario Ballocco, fonda il Gruppo Origine, nato per reazione all’eccessivo decorativismo e retorica della pittura del tempo. La loro proposta è un’arte ridotta all’essenziale, fondata su forme primarie e su una sobrietà che riflette il bisogno di autenticità e verità dopo le tragedie della guerra.

L’esperienza del gruppo dura poco, ma segna un momento cruciale per la definizione dell’identità artistica di Capogrossi: il segno diventa così strumento di rigenerazione, atto fondativo, quasi una scrittura aurorale.

6. Riconoscimento internazionale

Capogrossi partecipa più volte alla Biennale di Venezia, alla Documenta di Kassel, alla Biennale di San Paolo e alla Biennale di Tokyo. Nel 1958 il Guggenheim di New York acquisisce Superficie 210 (1957), sancendo l’ingresso del suo linguaggio nella scena internazionale.

Le sue “Superfici” circolano ampiamente, in Europa e oltre, e vengono percepite come testimonianza di un’arte italiana capace di dialogare con le correnti più avanzate, mantenendo però una cifra irriducibilmente personale.

7. Valore critico e interpretativo

La ricerca di Capogrossi può essere letta secondo tre direttrici principali:

  • Archetipica: il segno richiama grafemi primordiali, pittogrammi, forme universali che rimandano a un’origine comune del linguaggio e dell’arte.

  • Strutturale: la ripetizione variata del segno costruisce campi ritmici, quasi tessiture visive, dove il quadro diventa superficie dinamica e non finestra prospettica.

  • Esistenziale: la sua opera riflette la condizione dell’uomo moderno, sospeso tra caos e ordine, tra gesto libero e regola, tra individualità e universalità.

8. Eredità e archivi

Alla morte dell’artista, la creazione della Fondazione Archivio Capogrossi ha permesso di tutelare e valorizzare un patrimonio documentario di grande importanza, rendendo accessibili a studiosi e ricercatori corrispondenze, cataloghi, fotografie e documenti.

La retrospettiva del 2012–2013 alla Collezione Peggy Guggenheim ha confermato l’attualità del suo linguaggio, mostrando come il segno di Capogrossi, lungi dall’essere mera ripetizione, costituisca un laboratorio inesauribile di significati e forme.

9. Conclusione

Capogrossi rappresenta un caso unico nell’arte italiana del Novecento: dal figurativo alla costruzione di un linguaggio segnico universale, la sua ricerca testimonia la tensione tra radici e modernità, tra il bisogno di un’origine e la spinta all’innovazione.

Se Burri ha lavorato sulla materia e Fontana sullo spazio, Capogrossi ha scavato nella grammatica della forma, offrendo un alfabeto visivo che è insieme personale e collettivo, antico e contemporaneo. La sua opera continua a interrogarci su che cosa significhi “scrivere” con la pittura, e su come l’arte possa farsi ancora oggi linguaggio universale.


domenica 15 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Dubuffet 1901

Dubuffet 1901









Jean Dubuffet e l’Art Brut:
una rottura epistemologica nella storia dell’arte del Novecento

Introduzione

Jean Dubuffet (Le Havre, 1901 – Parigi, 1985) rappresenta una delle figure più radicali dell’arte europea del secondo dopoguerra. La sua opera si inscrive in una genealogia che, pur dialogando con l’avanguardia storica, si colloca programmaticamente in opposizione alla tradizione culturale occidentale. Fondatore e teorico dell’Art Brut, Dubuffet ridefinisce la nozione stessa di creatività, spostando l’asse dall’opera come oggetto estetico codificato alla produzione artistica come espressione immediata, primaria e priva di mediazioni accademiche¹.

Formazione e influenze

Il percorso formativo di Dubuffet appare atipico se confrontato con quello di molti artisti coevi. Dopo una breve esperienza all’Académie Julian, il contatto con Suzanne Valadon, Fernand Léger e Raoul Dufy non determinò una adesione stilistica, ma piuttosto un processo di rifiuto. Decisivo fu invece l’incontro con il testo di Hans Prinzhorn, Bildnerei der Geisteskranken (1922), che sistematizzava la produzione visiva dei malati psichiatrici².

Le influenze di Paul Klee, Kandinskij e Miró restano evidenti nella fase iniziale, ma già nella metà degli anni Quaranta Dubuffet se ne distacca per intraprendere una ricerca orientata verso l’autonomia radicale del gesto creativo.

Teoria e pratica dell’Art Brut

L’elaborazione del concetto di Art Brut (1945) costituisce una vera e propria svolta epistemologica. Per Dubuffet, l’arte “cruda” si oppone a ciò che egli definisce “cultura asfissiante”, intesa come sistema di regole che neutralizza la vitalità del segno³.

Non a caso, gli esempi privilegiati provengono dai disegni dei bambini, dalle opere dei malati mentali, dai graffiti, dall’arte popolare o da quella “primitiva” (nel senso etnografico con cui l’Europa coloniale la percepiva). La fondazione della Compagnie de l’Art Brut (1947), insieme a André Breton e Jean Paulhan, sancisce il passaggio dal piano teorico a quello istituzionale⁴.

Cicli pittorici e sperimentazione materica

I cicli pittorici principali attestano la volontà di superare il quadro come finestra sul mondo per trasformarlo in superficie autonoma:

  • Paysage Grotesque (1949-1950);

  • Corps de Dames (1950-1952);

  • Sols et Terrains, Assemblages e Texturologies (1953-1959);

  • Matériologies (1959-1960).

Queste sperimentazioni anticipano parte delle ricerche informali europee, pur distinguendosene per la matrice anticulturale. Come osserva Michel Thévoz, Dubuffet non cerca una pittura “esistenziale”, bensì un linguaggio che recuperi l’autenticità della materia grezza⁵.

Confronti e genealogie critiche

Il pensiero di Dubuffet si può leggere in relazione a diverse costellazioni artistiche:

  • Surrealismo, con cui condivide l’interesse per l’inconscio, pur rifiutandone la mediazione letteraria.

  • Espressionismo astratto, vicino per la centralità del gesto, distante per la monumentalità.

  • Arte povera e postmoderna, anticipate nell’uso di materiali non convenzionali.

  • Outsider Art, termine coniato da Roger Cardinal (1972) come equivalente inglese di Art Brut⁶.

La nozione di “anticultura”

Dubuffet elabora la nozione di anticultura come strumento critico nei confronti delle istituzioni artistiche. Non si tratta di mera negazione, ma di un paradigma alternativo alla cultura dominante. Come nota Rosalind Krauss, questa posizione apre a un ripensamento dei dispositivi museali stessi, che finiscono per assorbire ciò che nasceva come opposizione⁷.

La serie Hourloupe e la monumentalità pubblica

Con la serie Hourloupe (1962-1974), Dubuffet approda a un linguaggio fatto di contorni neri e campiture piatte, tradotto in sculture monumentali e architetture immaginarie. Opere come il Coucou Bazar o le installazioni pubbliche degli anni Settanta attestano la capacità di trasporre la logica dell’Art Brut in una scala urbana, ridefinendo il rapporto tra arte e spazio pubblico⁸.

Ricezione critica e retrospettive

A partire dagli anni Cinquanta, Dubuffet ottenne un riconoscimento internazionale crescente, con retrospettive al MoMA, alla Tate, allo Stedelijk e al Guggenheim. Questo paradosso – un artista anticulturale celebrato dalle istituzioni – è stato interpretato come dimostrazione della forza destabilizzante della sua ricerca, ma anche della capacità del sistema dell’arte di integrare e neutralizzare le avanguardie⁹.

Conclusioni

Jean Dubuffet ha ridefinito il concetto stesso di arte nel Novecento, sottraendolo al monopolio delle istituzioni e riconoscendo valore a forme di creatività marginali. La sua eredità risiede nella legittimazione di una pluralità di pratiche, che continua a influenzare la critica contemporanea e i dibattiti sull’arte outsider.

Note

  1. J. Dubuffet, Prospectus et tous écrits suivants, Gallimard, Paris 1967.

  2. H. Prinzhorn, Bildnerei der Geisteskranken, Springer, Berlin 1922.

  3. J. Dubuffet, Asphyxiante culture, Paris, 1968.

  4. Compagnie de l’Art Brut, fondata nel 1947: cfr. M. Thévoz, L’Art Brut, Skira, Genève 1975.

  5. M. Thévoz, Jean Dubuffet. L’Art Brut préféré aux arts culturels, Lausanne, 1973.

  6. R. Cardinal, Outsider Art, Praeger, New York 1972.

  7. R. Krauss, The Originality of the Avant-Garde and Other Modernist Myths, MIT Press, Cambridge (MA) 1985.

  8. A. Franzke, Jean Dubuffet. Arbeiten auf Papier, Prestel, München 1985.

  9. H. Damisch, “Dubuffet et la scène culturelle”, in Critique, n. 267, 1969.


sabato 14 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Giacometti 1901

Giacometti 1901




Alberto Giacometti:
lo spazio della fragilità e l’esistenza scolpita

Alberto Giacometti (Stampa, Grigioni, 1901 – Coira, 1966) rappresenta una delle figure più complesse e influenti dell’arte del Novecento. La sua ricerca attraversa i grandi movimenti della modernità – dal cubismo al surrealismo, fino all’esistenzialismo – senza mai esaurirsi in un linguaggio definito, ma rinnovandosi in un dialogo continuo con la tradizione e con i drammi della condizione umana. La sua opera, spesso ridotta a una manciata di immagini iconiche – le figure filiformi che hanno segnato l’immaginario collettivo del dopoguerra – è in realtà un corpus stratificato, che comprende scultura, pittura, disegno, riflessione teorica e un fitto scambio con filosofi e scrittori.

Formazione e prime esperienze

Giacometti nasce in un ambiente artisticamente stimolante: suo padre, Giovanni Giacometti, è pittore postimpressionista, vicino a Segantini, e gli trasmette fin dall’infanzia l’amore per il disegno e il colore. Dopo gli studi presso la Scuola d’arte di Ginevra, compie un soggiorno formativo a Roma (1920-1921), dove scopre la scultura antica e rinascimentale, ma soprattutto la lezione di Giotto e di Tintoretto, che segneranno il suo modo di concepire lo spazio pittorico.

Il trasferimento a Parigi nel 1922 segna l’ingresso nell’avanguardia europea. All’Académie de la Grande-Chaumière studia con Antoine Bourdelle, allievo di Rodin, da cui apprende l’attenzione alla plasticità e alla monumentalità della figura. Parallelamente, frequenta l’ambiente cubista, elaborando tra il 1925 e il 1928 opere che destrutturano la forma in volumi geometrici, ponendo la questione centrale del rapporto tra scultura e spazio.

Il periodo surrealista

Nel 1929 Giacometti entra nel gruppo surrealista guidato da André Breton, realizzando objets e constructions-cages che mettono in discussione la funzione tradizionale della scultura. Opere come Boule suspendue (1930, Kunsthaus, Zurigo) o Palais à 4 heures du matin (1932-33, MoMA, New York) trasformano la scultura in dispositivo mentale: non più rappresentazione, ma evocazione di un mondo interiore e perturbante. Le strutture leggere e instabili, sospese nello spazio, alludono a dinamiche psichiche e relazionali, in sintonia con le teorie freudiane allora al centro della riflessione surrealista.

Tuttavia, l’artista non rimane a lungo confinato nelle poetiche oniriche di Breton. Il suo interesse per la figura umana – che il surrealismo tendeva a dissolvere nel flusso dell’inconscio – lo porta a un progressivo distacco dal movimento, fino all’espulsione nel 1935. È un momento di crisi ma anche di svolta: Giacometti riconosce che il centro della sua ricerca non può essere che l’uomo, nella sua irriducibile presenza fisica e spirituale.

La centralità della figura e l’incontro con l’esistenzialismo

Dalla seconda metà degli anni Trenta, Giacometti si concentra quasi ossessivamente sulla rappresentazione della figura umana. I suoi ritratti, realizzati spesso dal vero, testimoniano un’attenzione esasperata al rapporto tra osservatore e modello, come se l’atto stesso del vedere fosse impossibile da portare a compimento.

Durante la Seconda guerra mondiale, trascorsa a Ginevra, l’artista sviluppa le prime forme esili e filiformi che diventeranno la sua cifra stilistica. Nel dopoguerra, queste figure si affermano come icone universali: uomini e donne ridotti all’essenziale, quasi scheletrici, che si ergono nello spazio con una presenza fragile ma irriducibile. Opere come L’Homme qui marche o L’Homme au doigt (1947, Tate Gallery, Londra) incarnano l’angoscia esistenziale dell’uomo del Novecento, segnato da guerre, distruzioni e dalla sensazione di solitudine cosmica.

L’amicizia con Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir contribuisce a collocare Giacometti al centro del dibattito filosofico esistenzialista. Nel celebre saggio La ricerca dell’assoluto (1948), Sartre interpreta le sue figure come la manifestazione plastica dell’“essere-per-sé”: corpi fragili, ridotti a segni nello spazio, eppure dotati di una densità ontologica che resiste alla dissoluzione.

Pittura e disegno: la fragilità come metodo

Parallelamente alla scultura, Giacometti coltiva la pittura e il disegno. Nei ritratti di amici, familiari e modelli occasionali, egli applica lo stesso principio di riduzione e precarietà: le linee si moltiplicano, cancellano e riscrivono la figura, come se l’immagine fosse sempre sul punto di svanire. Questo processo restituisce non soltanto un volto, ma l’atto stesso della percezione, con le sue incertezze e i suoi limiti.

In questo senso, Giacometti può essere visto come un anticipatore delle riflessioni fenomenologiche sullo sguardo: la figura non è mai data in modo stabile, ma si costruisce nella relazione instabile tra osservatore e osservato.

Riconoscimenti e fondazioni

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Giacometti riceve riconoscimenti internazionali: nel 1962 vince il Gran Premio alla Biennale di Venezia, mentre nel 1965 gli viene conferito il Grand prix des arts de la Ville de Paris. Nonostante la celebrità, mantiene uno stile di vita austero, continuando a lavorare nel piccolo atelier parigino di rue Hippolyte-Maindron, simbolo della sua dedizione alla ricerca.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1966, la Kunsthaus di Zurigo ha istituito la Fondation Alberto Giacometti, che custodisce un ampio nucleo di opere, mentre a Parigi la Fondation Giacometti svolge un ruolo di riferimento per lo studio e la valorizzazione della sua eredità.

Confronti e influenza

Il linguaggio di Giacometti può essere messo in relazione con altri scultori del Novecento, come Henry Moore e Marino Marini. Se Moore esalta la pienezza organica della forma e Marini si concentra sull’archetipo del cavaliere, Giacometti radicalizza invece la fragilità della figura, riducendola a segno esile e quasi inconsistente. È proprio questa riduzione estrema a renderlo vicino alle sensibilità postbelliche e, successivamente, a influenzare artisti e movimenti della seconda metà del secolo, dal minimalismo al concettuale.

La sua influenza si estende anche oltre le arti visive: scrittori come Samuel Beckett hanno riconosciuto una consonanza tra le loro opere e la scultura giacomettiana, accomunate da un senso di vuoto e di ostinata resistenza dell’umano.

Conclusione

Alberto Giacometti ha lasciato un’eredità artistica che supera la specificità della scultura, divenendo una riflessione universale sulla condizione dell’uomo moderno. Le sue figure filiformi, intrise di solitudine e precarietà, sono insieme monumenti e reliquie: testimonianze di un’umanità ferita ma ancora capace di resistere. Nel confronto tra fragilità e permanenza, assenza e presenza, Giacometti ha saputo incarnare il dramma esistenziale del XX secolo, restituendo alla scultura un valore filosofico che ancora oggi conserva intatta la sua forza.

Bibliografia essenziale

  • Bonnefoy, Y. (1991). Alberto Giacometti. Biographie d’une œuvre. Paris: Flammarion.

  • Hapkemeyer, A. (2009). Alberto Giacometti: Scultura, pittura, disegno. Milano: Skira.

  • Lord, J. (1985). Giacometti: A Biography. New York: Farrar, Straus and Giroux.

  • Sartre, J.-P. (1948). La recherche de l’absolu. In Situations III. Paris: Gallimard.

  • Sylvester, D. (1994). Looking at Giacometti. New York: Knopf.

  • Weiss, J. (1995). The Art of Giacometti. New York: Harry N. Abrams.

  • Fondation Giacometti (a cura di) (2016). Alberto Giacometti: Retrospective. Paris: Éditions Gallimard.


venerdì 13 marzo 2026

Corso di storia dell'arte: Diulgheroff 1901

Diulgheroff 1901

Nicolay Diulgheroff:
un protagonista europeo del Futurismo tra pittura, design e architettura

Introduzione

La figura di Nicolay (o Nicola) Diulgheroff (Kjustendil, 1901 – Torino, 1982) rappresenta uno dei casi più emblematici della transnazionalità del Futurismo, movimento che, pur nato in Italia con il Manifesto marinettiano del 1909, trovò eco e adesioni in diversi paesi europei. Pittore, designer e architetto, Diulgheroff incarnò la volontà di superare i confini disciplinari che caratterizzava le avanguardie storiche, operando in ambiti che spaziarono dalla pittura alla grafica pubblicitaria, dall’arredamento alla ceramica, fino all’architettura. La sua vicenda artistica consente di analizzare non solo la diffusione e trasformazione del Futurismo nel suo secondo periodo, ma anche la dialettica tra avanguardia e design industriale nel contesto della modernità novecentesca¹.

Formazione e primi anni

Diulgheroff intraprese una formazione cosmopolita: dalla Kunstgewerbeschule di Vienna alla Neue Schule für Kunst der Weg di Dresda, fino al soggiorno alla Bauhaus di Weimar nel 1923, dove entrò in contatto con l’estetica razionalista e con il nuovo concetto di progettazione integrata². L’esperienza tedesca gli permise di assimilare un linguaggio in cui arte, artigianato e industria non erano più sfere separate, ma parti di un medesimo progetto di rinnovamento sociale e culturale.

Il trasferimento a Torino nel 1926 segnò l’inizio della sua adesione al Secondo Futurismo, movimento che, dopo la Prima guerra mondiale, cercava di rinnovarsi attraverso nuove contaminazioni con l’architettura, la scenografia e le arti applicate³. A Torino, Diulgheroff si iscrisse alla Scuola Superiore di Architettura dell’Accademia Albertina, laureandosi nel 1932.

Futurismo e arti applicate

All’interno del gruppo futurista torinese, Diulgheroff esordì con le sue prime esposizioni collettive e personali, distinguendosi per la capacità di tradurre in oggetti di uso quotidiano le istanze dinamiche e innovative del movimento. Disegnò mobili, lampade e ceramiche, collaborando con la manifattura Mazzotti di Albissola Marina, e partecipò a riviste quali La Città Nuova e Stile Futurista⁴.

Emblematica è la sua collaborazione con Fillia alla realizzazione della Taverna Futurista del Santopalato (1931), un progetto che incarnava l’idea di una “sintesi delle arti” cara al Futurismo, in cui pittura, arredo e architettura si fondevano in un’esperienza estetica totale.

Pittura e grafica pubblicitaria

Come pittore futurista, Diulgheroff lavorò soprattutto sull’intersezione di linee, piani e sfere, rielaborando in chiave personale la poetica del dinamismo. Le sue tele, pur restando ancorate al linguaggio del Futurismo, mostrano una consapevolezza geometrica derivata dalle esperienze d’avanguardia tedesche.

Parallelamente, la grafica pubblicitaria divenne uno dei campi privilegiati della sua attività. Lavorò come cartellonista per importanti aziende, firmando celebri progetti, tra cui la spirale rossa dell’amaro Cora, divenuta una delle icone della pubblicità futurista⁵. In questo ambito, Diulgheroff riuscì a coniugare esigenze commerciali e ricerca estetica, anticipando il ruolo centrale che la grafica avrebbe assunto nel secondo dopoguerra.

Architettura e razionalismo

Pur non essendo l’architettura la sua principale vocazione, Diulgheroff realizzò alcuni progetti significativi, come la Casa Mazzotti ad Albissola Marina (1931-32), esempio di architettura razionalista concepita per il ceramista Tullio Mazzotti. In questo edificio emerge la sua adesione a principi funzionalisti e modernisti, lontani dalle monumentalità retoriche che caratterizzavano parte della produzione coeva⁶.

L’attività architettonica restò però marginale rispetto alla pittura e al design. Diulgheroff preferì concentrare la sua creatività negli allestimenti temporanei, negli arredi d’interni e negli spazi commerciali, in cui poté sperimentare più liberamente soluzioni dinamiche e innovative.

Mostre e riconoscimenti

La partecipazione alla XVI Biennale di Venezia del 1928, nella sala dedicata ai futuristi, sancì l’ingresso ufficiale di Diulgheroff nel panorama artistico italiano. Tornò alla Biennale nel 1930 e partecipò a numerose esposizioni futuriste in città italiane ed europee, tra cui Mantova, Milano, Alessandria, Roma e Parigi. Tali presenze testimoniano la sua centralità nella rete di diffusione del Futurismo negli anni Venti e Trenta⁷.

Ultimi anni e lascito artistico

Negli anni Settanta, in occasione del centenario della nascita di Filippo Tommaso Marinetti, Diulgheroff realizzò la serie di lito-seri-collage “Marinetti Rotante in Divenire” (1976), opera che dimostra la sua fedeltà ideale al Futurismo anche a distanza di decenni. Il lavoro, che unisce grafica, pittura e collage, può essere letto come una riflessione retrospettiva sulla storia del movimento e sul ruolo stesso dell’artista nella modernità.

Conclusione

Nicolay Diulgheroff è una figura paradigmatica della seconda generazione futurista, capace di mediare tra l’eredità marinettiana e le suggestioni internazionali del Bauhaus e del razionalismo. La sua opera attraversa pittura, grafica, design e architettura, contribuendo a delineare un’idea di arte come progetto integrato della vita moderna. La sua vicenda dimostra come il Futurismo, lungi dall’essere un fenomeno esclusivamente italiano, abbia costituito un laboratorio europeo, aperto a scambi e contaminazioni.

Note

  1. G. Lista, Futurismo: 1909-1944, Milano, Skira, 2001.

  2. M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1919-1945, Torino, Einaudi, 1986.

  3. E. Crispolti, Il secondo futurismo, Milano, Mazzotta, 1984.

  4. G. Belli, Arte e pubblicità nel futurismo, Firenze, Olschki, 1992.

  5. E. Godoli, Architettura futurista, Milano, Electa, 1983.

  6. A. Boschetti, Avanguardie artistiche in Europa, Roma, Carocci, 2007.

  7. Catalogo della XVI Biennale di Venezia, Venezia, 1928.

Bibliografia essenziale

  • Belli, G., Arte e pubblicità nel futurismo, Firenze, Olschki, 1992.

  • Crispolti, E., Il secondo futurismo, Milano, Mazzotta, 1984.

  • Godoli, E., Architettura futurista, Milano, Electa, 1983.

  • Lista, G., Futurismo: 1909-1944, Milano, Skira, 2001.

  • Tafuri, M., Storia dell’architettura italiana 1919-1945, Torino, Einaudi, 1986.


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