ARTE DIGITALE E ARTE ANALOGICA: UNA SFIDA O UN SUPERAMENTO?

ARTE DIGITALE E ARTE ANALOGICA: UNA SFIDA O UN SUPERAMENTO?

Quando cambia lo strumento, cambia anche l’arte?

Ogni volta che una nuova tecnologia entra nel territorio dell’arte, la prima reazione è quasi sempre la stessa: qualcuno annuncia la morte di ciò che esisteva prima.

È accaduto con la fotografia, accusata nell’Ottocento di rendere inutile la pittura. È accaduto con il cinema, con la riproduzione meccanica delle immagini, con la televisione, con la grafica computerizzata. Sta accadendo nuovamente oggi, mentre l’arte digitale, la realtà virtuale, gli algoritmi generativi e l’Intelligenza Artificiale sembrano mettere in discussione persino il significato delle parole opera, artista e creazione.

Ma la domanda potrebbe essere posta diversamente.

Arte digitale e arte analogica sono realmente due avversarie? Oppure rappresentano due differenti possibilità di una medesima necessità umana: dare forma visibile all’immaginazione?

Che cosa chiamiamo arte analogica?

Definire «analogica» l’arte che ha preceduto il computer è, naturalmente, una semplificazione. Michelangelo non sapeva di essere un artista analogico, così come Caravaggio non avrebbe mai immaginato che un giorno qualcuno avrebbe contrapposto la tela a uno schermo.

Eppure oggi la distinzione possiede un significato immediatamente comprensibile.

Nell’arte tradizionale esiste una relazione fisica fra artista, strumento e materia. La mano impugna il pennello, il pennello incontra la tela, lo scalpello colpisce il marmo, la matita lascia grafite sulla carta.

La materia oppone resistenza.

Ed è una caratteristica tutt’altro che secondaria.

Il marmo può spezzarsi. L’acquerello può diffondersi dove non dovrebbe. Il colore può asciugarsi troppo rapidamente. Una pennellata sbagliata può essere difficile da cancellare.

L’opera nasce anche da questa lotta fra intenzione e materia.

image_group{“layout”:“carousel”,“aspect_ratio”:“16:9”,“query”:[“traditional painter canvas studio close up brush painting”,“sculptor working marble traditional art studio”,“artist hands charcoal drawing paper”]}

Nel digitale la materia scompare?

Apparentemente sì.

Una tavoletta grafica non possiede la consistenza della tela. Un comando può cancellare in un istante ciò che nell’arte tradizionale avrebbe richiesto una correzione complessa. Livelli, filtri, trasformazioni, copie, variazioni cromatiche e ripensamenti possono essere applicati senza distruggere necessariamente ciò che esisteva prima.

L’immagine digitale sembra quindi liberarsi dalla materia.

Ma sarebbe sbagliato concludere che si liberi anche dalla tecnica.

Disegnare digitalmente richiede competenze specifiche. Modellare un oggetto tridimensionale significa comprendere forme, volumi, luci e superfici. Creare un’animazione richiede conoscenza del movimento. Progettare un ambiente virtuale significa ragionare contemporaneamente come pittore, architetto, scenografo e talvolta persino come regista.

Il computer non elimina il mestiere.

Introduce mestieri nuovi.

Dall’opera-oggetto all’opera-informazione

La differenza più profonda si trova forse altrove.

Un quadro possiede un originale. Possiamo fotografarlo e riprodurlo milioni di volte, ma sappiamo che da qualche parte esiste quella particolare tela sulla quale l’artista ha realmente lavorato.

Con l’opera digitale la situazione cambia radicalmente.

Qual è l’originale di un’immagine costituita da informazioni numeriche?

Il primo file?

La prima visualizzazione?

Il supporto sul quale è conservato?

La copia perfettamente identica che abbiamo appena trasferito su un altro dispositivo?

L’arte digitale mette così in crisi un concetto che per secoli è stato centrale nel mercato e nella cultura artistica: l’unicità materiale dell’opera.

Ed è significativo che proprio nel tentativo di ricostruire artificialmente questa unicità siano nate esperienze come gli NFT, che hanno cercato di attribuire identità e proprietà certificabile a oggetti che, per loro natura, possono essere copiati indefinitamente.

Il problema, tuttavia, rimane aperto: forse continuiamo a cercare l’«originale» perché utilizziamo categorie nate per il mondo materiale allo scopo di interpretare un mondo che materiale non è più.

L’opera può diventare un ambiente

Il digitale introduce inoltre qualcosa che un quadro tradizionale difficilmente può offrire: la possibilità di entrare nell’opera.

Nelle installazioni immersive, negli ambienti virtuali e nelle esperienze di realtà aumentata, lo spettatore non osserva necessariamente una superficie collocata davanti a sé. Può muoversi dentro uno spazio artistico, modificarlo con le proprie azioni, ascoltarlo, attraversarlo.

L’opera non è più soltanto un oggetto.

Può diventare un ambiente, un processo, un’esperienza.

E può persino cambiare nel tempo.

Un algoritmo può produrre continuamente forme differenti. Un’installazione può reagire alla presenza del pubblico. Un’immagine può modificarsi secondo informazioni provenienti dal mondo esterno.

L’opera non deve più essere necessariamente terminata una volta per tutte.

Può comportarsi quasi come un organismo.

Poi è arrivata l’Intelligenza Artificiale

Ed eccoci al passaggio che rende il dibattito contemporaneo ancora più complesso.

Con gli strumenti digitali tradizionali era ancora relativamente semplice individuare il rapporto fra artista e strumento: l’uomo utilizzava il software per realizzare ciò che aveva immaginato.

L’Intelligenza Artificiale generativa introduce invece un intermediario capace di proporre autonomamente soluzioni visive.

L’artista può descrivere un’immagine attraverso le parole e ottenere interpretazioni che non aveva definito nei dettagli. Può selezionarle, modificarle, combinarle, rigenerarle.

La macchina non è più soltanto pennello.

In qualche misura diventa interlocutore.

E inevitabilmente compare la domanda: chi ha creato l’immagine?

La persona che ha formulato l’idea?

Chi ha costruito il modello?

Gli artisti le cui opere hanno contribuito, secondo modalità diverse, alla formazione dei sistemi?

La macchina?

O il risultato appartiene a una nuova categoria di creazione nella quale la tradizionale separazione fra autore e strumento diventa insufficiente?

image_group{“layout”:“carousel”,“aspect_ratio”:“16:9”,“query”:[“digital artist drawing tablet futuristic studio”,“immersive digital art installation museum visitors”,“generative AI abstract digital artwork exhibition”]}

La grande paura: se tutti possono creare, che cosa significa essere artisti?

È probabilmente questa la domanda che accompagna ogni democratizzazione tecnologica.

La fotografia permise a persone prive della capacità di dipingere di produrre immagini realistiche. Le fotocamere automatiche permisero di fotografare senza conoscere esposizione e sviluppo. Gli smartphone hanno trasformato miliardi di persone in produttori quotidiani di immagini.

Eppure non tutti sono diventati fotografi nel senso artistico del termine.

Perché lo strumento può rendere accessibile la produzione di un’immagine, ma non garantisce che quell’immagine abbia qualcosa da dire.

Lo stesso problema si presenta con l’Intelligenza Artificiale.

Produrre immagini visivamente spettacolari diventerà probabilmente sempre più semplice.

Proprio per questo produrre un’immagine non coinciderà necessariamente con il fare arte.

Quando la capacità tecnica diventa abbondante, acquistano maggiore importanza la scelta, il progetto, l’intenzione e il significato.

Il ritorno della materia

Paradossalmente, la diffusione dell’arte digitale potrebbe persino aumentare il fascino dell’arte materiale.

Più il nostro mondo diventa fatto di schermi, più una tela può apparire straordinariamente concreta.

Possiede dimensioni reali.

Possiede peso.

Possiede odore.

La superficie conserva tracce del gesto.

Possiamo avvicinarci e vedere lo spessore del colore, le imperfezioni, le crepe, persino il trascorrere del tempo.

Una scultura occupa uno spazio che non possiamo attraversare. Dobbiamo girarle intorno. La luce reale cambia continuamente il modo in cui la percepiamo.

In un universo di copie perfette, l’imperfezione dell’oggetto fisico potrebbe diventare un valore ancora maggiore.

Non sarebbe la prima volta che una tecnologia, invece di eliminare quella precedente, ne modifica il significato.

Non digitale contro analogico, ma digitale insieme all’analogico

La contrapposizione potrebbe quindi essere sbagliata fin dall’inizio.

Molti artisti contemporanei lavorano già in territori intermedi.

Un disegno nasce sulla carta, viene digitalizzato, trasformato al computer e successivamente stampato. Una scultura viene progettata digitalmente e realizzata fisicamente. Una fotografia analogica viene manipolata elettronicamente. Un’immagine generata attraverso algoritmi può diventare il punto di partenza per un dipinto tradizionale.

Il confine diventa continuamente attraversabile.

Forse l’arte del futuro sarà caratterizzata proprio da questa ibridazione permanente.

Il pennello non dovrà sconfiggere il pixel.

Il marmo non dovrà competere con il modello tridimensionale.

La tela e lo schermo potranno appartenere allo stesso processo creativo.

Una sfida o un superamento?

Possiamo allora ritornare alla domanda iniziale.

L’arte digitale supera l’arte analogica?

Se con «superare» intendiamo rendere inutile ciò che esisteva prima, probabilmente no.

Una tecnologia successiva non rende necessariamente artisticamente inferiore quella precedente. Un dipinto non è diventato meno importante dopo l’invenzione della fotografia e una fotografia non ha perso il proprio valore dopo l’invenzione dell’immagine digitale.

Se invece intendiamo il superamento come ampliamento dei confini, allora la risposta può essere diversa.

L’arte digitale ha oltrepassato alcuni limiti fisici dell’opera tradizionale. Ha reso possibili immagini modificabili all’infinito, ambienti immersivi, opere interattive, mondi virtuali, creazioni algoritmiche e forme di collaborazione fra essere umano e macchina.

Non ha però superato la domanda fondamentale che accompagna l’arte dalle sue origini.

Perché creare questa immagine?

La tecnica può cambiare completamente.

Il supporto può scomparire.

Il pennello può trasformarsi in algoritmo.

L’opera può diventare immateriale, interattiva, generativa e persino imprevedibile.

Ma rimane necessario qualcuno che scelga di attribuirle un significato.

Ed è forse qui che arte analogica e arte digitale, dopo essersi apparentemente sfidate, finiscono per incontrarsi.

Perché dalle pitture sulle pareti delle grotte alle immagini generate dall’Intelligenza Artificiale, ciò che continuiamo a cercare è sempre la stessa cosa: un modo per trasformare ciò che immaginiamo in qualcosa che anche un altro essere umano possa vedere.


Commenti

Post popolari in questo blog

Corso di storia dell'arte: Brecht 1926

Corso di storia dell'arte: Freud 1922

Corso di storia dell'arte: Lichtenstein 1923