venerdì 16 gennaio 2026

Corso di storia dell'arte: Tàpies 1923

Tàpies 1923











Antoni Tàpies
materia, silenzio e politica dell’informale

1. Un artista al crocevia della modernità europea

Antoni Tàpies occupa una posizione cardinale nella storia dell’arte del secondo Novecento non solo come figura eminente dell’Informale internazionale, ma come uno dei suoi più radicali riformulatori in senso filosofico, politico e antropologico. Nato a Barcellona nel 1923 in una famiglia profondamente immersa nelle tensioni culturali e ideologiche della Catalogna pre-franchista, Tàpies cresce in un ambiente in cui il confronto tra liberalismo laico e cattolicesimo tradizionale genera una frattura fertile. Questa polarità – tra razionalismo critico e spiritualità – segnerà l’intera traiettoria della sua ricerca, spingendolo a cercare una “terza via” nel pensiero orientale, in particolare nello Zen, che gli offrirà un modello non dualistico di rapporto tra soggetto e mondo.

La sua adesione precoce al gruppo Dau al Set nel 1948 non è un semplice episodio giovanile, ma un atto fondativo: in quel contesto, dominato dall’incontro tra surrealismo, misticismo e avanguardia, Tàpies inizia a elaborare un linguaggio che rifiuta tanto l’illusionismo figurativo quanto l’astrazione puramente formale. Dau al Set rappresenta per lui un laboratorio in cui l’arte diventa esperienza esistenziale e conoscitiva, più che esercizio stilistico.

2. Dall’Informale alla “pittura come muro”

Se l’Informale europeo – da Dubuffet a Fautrier, da Wols a Burri – condivide una comune attenzione alla materia, Tàpies se ne distingue per un approccio ontologico alla superficie pittorica. Le sue tele non sono semplici campi di gesto o texture, ma veri e propri “muri” simbolici, stratificati, feriti, incisi, graffiati. In esse la materia (sabbia, polvere di marmo, gesso, pigmenti, frammenti di oggetti) non è mero mezzo espressivo, bensì portatrice di memoria, tempo e corporeità.

Il muro in Tàpies è al tempo stesso barriera e testimonianza: come le pareti urbane segnate dal tempo, esso conserva tracce di vita, cancellazioni, sovrascritture. Qui si manifesta una dimensione profondamente politica della sua opera: nella Spagna franchista, il muro diventa metafora della repressione, del silenzio imposto, ma anche dello spazio in cui può emergere una scrittura clandestina, un segno di resistenza.

3. Segno, corpo e spiritualità

A differenza di molta pittura informale centrata sull’energia gestuale, Tàpies sviluppa un rapporto meditativo con il segno. Le croci, le lettere, i numeri, le impronte di mani e piedi che compaiono nelle sue opere non sono simboli codificati, ma tracce di presenza. In ciò si coglie l’influenza dello Zen: l’opera non rappresenta il mondo, è un frammento di mondo, un luogo in cui l’artista e la materia si incontrano senza gerarchie.

La sua idea di spiritualità è radicalmente anti-trascendente: non cerca l’aldilà, ma una sacralità immanente nelle cose umili – il legno consumato, il metallo arrugginito, la polvere, il tessuto. Questa scelta lo distingue tanto dall’astrazione lirica quanto dal concettualismo nascente: Tàpies resta fedele alla materialità, ma la carica di senso metafisico.

4. Dialogo con l’arte europea e riconoscimento internazionale

La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1958, che gli valse il Premio UNESCO, segna il suo ingresso definitivo nel circuito internazionale. Tuttavia, Tàpies non si limita a dialogare con Parigi o New York: la sua è un’arte profondamente radicata in una sensibilità catalana e mediterranea, attenta alla luce, alla pietra, alla rovina, alla stratificazione storica.

Le grandi mostre al Musée d’Art Moderne di Parigi (1973) e all’Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (1977) consolidano la sua posizione come figura chiave di una modernità “altra”, non angloamericana, capace di coniugare avanguardia e tradizione, politica e contemplazione.

5. Arte, etica e memoria

Negli anni Settanta e Ottanta, mentre il minimalismo e il concettualismo dominano il dibattito internazionale, Tàpies persevera in una pratica che potremmo definire etica della materia. Le sue opere diventano sempre più sobrie, quasi ascetiche: grandi campi neutri attraversati da segni minimi, oggetti trovati isolati, superfici che invitano a una visione lenta.

Qui l’arte non è spettacolo, ma esercizio di attenzione. Tàpies invita lo spettatore a confrontarsi con il tempo, la finitezza, la fragilità del corpo. In questo senso, la sua opera può essere letta come una critica silenziosa alla società consumistica e alla spettacolarizzazione dell’immagine.

6. La Fondazione e l’eredità di Tàpies

L’inaugurazione nel 1990 della Fundació Antoni Tàpies a Barcellona non è solo un atto istituzionale, ma la sintesi di una vita dedicata alla trasmissione del sapere artistico. La Fondazione non è un mausoleo, bensì un centro vivo di ricerca, archivio e dibattito, coerente con la sua visione dell’arte come pratica culturale e civile.

Alla sua morte nel 2012, Tàpies lascia un’eredità complessa: non una scuola stilistica, ma un modo di pensare l’arte come luogo di incontro tra materia, memoria e coscienza. La sua influenza attraversa la pittura, la scultura, l’arte povera, il post-minimalismo e le pratiche contemporanee interessate alla tattilità, al processo e alla traccia.

7. Conclusione critica

Tàpies può essere definito, in ultima analisi, un artista del limite: tra pittura e oggetto, tra politica e spiritualità, tra tradizione e avanguardia, tra presenza e assenza. La sua grandezza non risiede in un virtuosismo formale, ma nella capacità di trasformare la superficie artistica in uno spazio di esperienza esistenziale.

Nel panorama del Novecento, Tàpies rappresenta una via alternativa alla modernità: non trionfalista, non tecnologica, non spettacolare, ma profondamente umana, radicata nella materia e aperta al silenzio.


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