giovedì 20 novembre 2025

Corso di storia dell'arte: Obey 1970

 Obey 1970













Frank Shepard Fairey (Charleston, 15 febbraio 1970) è un artista e illustratore statunitense. È uno dei più noti esponenti dell'arte di strada. È conosciuto anche col nome d'arte Obey. Figlio di un medico e di una agente immobiliare, Fairey cresce nella Carolina del Sud, compie studi artistici e nel 1988 si diploma presso l'Accademia d'arte. Nel 1989 idea e realizza l'iniziativa Andre the Giant Has a Posse; dissemina i muri della città con degli adesivi (stickers) che riproducono il volto del lottatore di lotta libera André the Giant; gli stessi sono stati poi replicati da altri artisti in altre città. Lo stesso Fairey ha poi spiegato che non vi era nessun significato particolare nella scelta del soggetto, il senso della campagna era quello di produrre un fenomeno mediatico[3] e di far riflettere i cittadini sul proprio rapporto con l'ambiente urbano. Ma l'iniziativa che ha dato visibilità internazionale a Fairey è stato il manifesto Hope che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia, diventato l'icona della campagna elettorale che ha poi portato il rappresentante democratico alla Casa Bianca. Il critico d'arte Peter Schjeldahl ha definito il poster "la più efficace illustrazione politica americana dai tempi dello Zio Sam". Il manifesto apparve, sempre durante la campagna elettorale del 2008, con altre due scritte: "Change" e "Vote". Il comitato elettorale di Obama non ufficializzò mai la collaborazione con Fairey, probabilmente perché i manifesti venivano affissi illegalmente, come nella tradizione della street-art, ma il presidente, una volta eletto, inviò una lettera all'artista, resa poi pubblica, in cui ringraziava Fairey per l'apporto creativo alla sua campagna. La lettera si chiude con queste parole: "Ho il privilegio di essere parte della tua opera d'arte e sono orgoglioso di avere il tuo sostegno". Autore anche della riprogettazione della mascotte Mozilla dell'omonimo navigatore web (Mozilla Application Suite) e della Mozilla Foundation), Fairey appare inoltre nel documentario di Banksy sull'arte urbana Exit Through the Gift Shop. Nel gennaio del 2008, Shepard Fairey iniziò a lavorare al progetto di un poster che sarebbe diventato l’immagine non ufficiale della campagna politica di Barack Obama durante le elezioni presidenziali dello stesso anno e, successivamente, grazie alla massificata diffusione, un prodotto di arte grafica globalmente riconosciuto. Nonostante tale artefatto grafico non fosse ufficialmente legato alla campagna del futuro presidente, il 22 febbraio dello stesso anno l’artista ricevette da Obama una lettera nella quale egli si dichiarava “privilegiato di essere parte del suo lavoro artistico e fiero di avere il suo supporto”.Per comprendere come questo poster abbia avuto tanto successo in così poco tempo è necessario analizzare dal punto di vista grafico l’importanza che assumono i singoli elementi che lo compongono, ossia: colori, immagine e carattere tipografico utilizzato. Dal punto di vista del colore Fairey, ispirandosi anche alle opere grafiche di Andy Warhol, scelse di rendere i volumi dell’immagine attraverso una quadricromia che mostrasse le ombre e le luci. I colori proposti (rosso, beige e blu in due tonalità differenti) sono un chiaro richiamo alla bandiera statunitense e una semplice ma efficace tecnica per caricare l’opera di una grande forza patriottica. Le diverse sfumature di blu aiutano a definire le forme del personaggio rappresentato e conferiscono al poster profondità. Il colore beige sul volto del futuro presidente è stata considerata una mossa strategica per indicare che il colore della pelle è un fattore ininfluente. Anche l’immagine utilizzata dall'artista per questo manifesto non è stata frutto di una scelta casuale, bensì di una ben precisa e ponderata. Il ritratto di Obama, mostra il presidente con lo sguardo che sembra volgere al futuro e con un’espressione seria ma che trasmette concentrazione, sicurezza e autorità, impattando positivamente chi guarda questo artefatto grafico. Un altro elemento che conferisce una certa aura di iconicità a “Hope” è la somiglianza tra il ritratto di Obama proposto da Fairey nella sua opera e quello più famoso del 35º Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, considerato uno dei più celebri di sempre, anch'esso raffigurato guardando in alto verso sinistra, nella stessa direzione di Obama, coincidenza che rende l’opera capace di veicolare una forte fiducia e speranza negli elettori. Sotto l’immagine e a essa strettamente collegata, spicca la scritta “Hope” e la parola occupa la parte sottostante del manifesto e il carattere scelto, lineare e senza grazie, combinato con l’uso esclusivo delle maiuscole, oltre a conferire un senso di solidità, non lascia spazio a incertezze e permette soprattutto leggibilità anche da grandi distanze. La vicenda legale connessa all'opera di Fairey, denominata “Caso Hope”, ha riscosso scalpore all'interno del mondo della comunicazione. Fairey ha da sempre definito il suo stile come “audace stile iconico che si basa sulla stilizzazione e idealizzazione delle immagini” e proprio da questo si viene a creare la discordanza, ormai decennale, tra il suo modo di pensare e il comportamento avuto di fronte alla scena mondiale. L’artista mostrò un rilevante interesse nei confronti di Obama già a partire dal 2004, arrivando addirittura a donare soldi e creare immagini che potessero, nel 2008, contribuire alla buona riuscita della sua campagna elettorale. Dopo aver ottenuto l’approvazione del manager di Barack Obama, Shepard Fairey iniziò a lavorare al suo progetto per la campagna pubblicitaria e, notando che gli exit poll mostravano il repubblicano McCain in vantaggio, il 22 gennaio comincio e concluse in 2 giorni uno dei più grandi progetti di comunicazione in ambito politico degli ultimi tempi. Il progetto però incorse nell'appropriazione indebita di fonti, infatti l'artista dichiarò in una sua intervista che, tramite una ricerca su Google Immagini, si era imbattuto in una foto di Mannie Garcia, fotografo facente parte della National Press Photographers Association, associazione il cui codice etico vieta che le foto abbiano coinvolgimenti politici. Mannie Garcia aveva scattato la foto durante una conferenza in cui erano presenti George Clooney, di ritorno da un viaggio nel Darfur, e due senatori, tra cui Obama. Verso la fine del 2008 si cominciò a dibattere sull'effettiva origine della foto e, a gennaio del 2009, un blogger di nome Tom Gralish riconobbe l’effettiva provenienza di essa, scaturendo la conseguente reazione della Photographers Association, la quale cominciò le negoziazioni per avere un rimborso. Nell'ottobre del 2009 Shepard Fairey fu costretto a rivelare quanto accaduto dopo che furono ritrovate negli hard disk del suo ufficio prove che dimostravano l’appropriazione indebita del materiale. Fairey, tuttavia, ribatté affermando che il suo fu un utilizzo non autorizzato, ma che rimase circoscritto al fair use, ovvero l’appropriazione di un elemento/oggetto, materiale o digitale che sia, ma non della sua essenza, il messaggio all'interno dell’opera, dell’artefatto. Shepard dichiarò di aver donato un significato profondo e personale allo scatto di Garcia cambiando la foto alla radice. Modificò la fisionomia del viso abbassando leggermente l’orecchio destro dell’ex presidente Obama per conferire maggiore simmetria all'opera; alterò tratti cromatici asserendo connotati fumettistici. Lo scatto, quindi, come sinonimo di realismo, mentre il poster come sinonimo di idealismo.

1. Dalla Fenomenologia del "Nulla": Andre the Giant

Il debutto di Fairey con la campagna Andre the Giant Has a Posse (1989) non fu un atto di attivismo politico, ma un esperimento di fenomenologia urbana. Utilizzando il volto del wrestler André the Giant, Fairey ha applicato la logica della ripetizione seriale di matrice warholiana a un contesto non commerciale.

  • L'obiettivo: Stimolare la curiosità attraverso il disorientamento.

  • Il meccanismo: In assenza di un messaggio esplicito, lo spettatore è costretto a interrogarsi sul significato dell'immagine, diventando consapevole del modo in cui consuma i segnali visivi nell'ambiente urbano.

  • L'evoluzione in "Obey": Il passaggio alla grafica stilizzata "Obey Giant" ha introdotto una critica orwelliana al consumismo, trasformando l'adesivo in un segnale autoritario che ironicamente invita alla disobbedienza.

2. L'Icona "Hope": Semiotica di un Mito Politico

Il manifesto Hope del 2008 segna il punto di rottura definitivo tra l'underground e l'istituzione. L'efficacia dell'opera non risiede solo nella sua diffusione capillare, ma in una precisa ingegneria visiva che mescola patriottismo e messianismo.

L'Analisi del Dispositivo Grafico

ElementoStrategia VisivaEffetto Psicologico
CromatismoQuadricromia (Rosso, Beige, Blu chiaro/scuro)Richiamo ai colori nazionali; il beige neutralizza il dibattito razziale.
ComposizioneTaglio dal basso verso l'alto (sguardo rivolto al futuro)Divinizzazione del leader; richiamo all'iconografia dei Kennedy.
TipografiaCarattere Sans-Serif maiuscolo e lineareSolidità, modernità e massima leggibilità a distanza.

Il critico Peter Schjeldahl ha giustamente paragonato l'opera al manifesto dello Zio Sam: entrambi non sono semplici ritratti, ma vettori di mobilitazione emotiva.

3. La Dialettica del Fair Use: Realismo vs. Idealismo

La controversia legale con l'agenzia AP e il fotografo Mannie Garcia solleva questioni ontologiche sulla natura dell'arte contemporanea. Fairey ha difeso la sua opera invocando il Fair Use, sostenendo che il processo di stilizzazione trasforma la "fotografia-documento" in "icona-simbolo".

"Lo scatto è sinonimo di realismo; il poster è sinonimo di idealismo."

Questa distinzione è fondamentale: l'intervento di Fairey (la simmetria dell'orecchio, la saturazione cromatica, la sintesi delle linee) non è un semplice filtro estetico, ma una risemantizzazione. L'immagine originale, nata per documentare un evento, viene svuotata della sua contingenza storica per diventare un archetipo universale di speranza.

4. Conclusione: Il Paradosso di Obey

L'opera di Fairey dimostra come la Street Art possa agire come un cavallo di Troia nel sistema mediatico. Tuttavia, il suo successo pone un interrogativo critico: l'estetica della ribellione può sopravvivere quando diventa lo strumento principale del potere istituzionale?

Fairey ha trasformato la propaganda in arte e l'arte in un brand globale, dimostrando che nell'era della riproducibilità tecnica, il valore di un'opera non risiede nell'originalità della fonte, ma nella sua capacità di colonizzare l'immaginario collettivo.

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